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Privacy, si dimette il segretario generale del garante: la bufera dopo l’inchiesta di Report

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Il segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali, Angelo Fanizza, lascia l’incarico dopo poche settimane e nel pieno della bufera aperta dall’inchiesta di Report. Al centro, un controverso ordine interno per controllare mail e accessi informatici dei dipendenti.

La notizia arriva nella tarda serata di ieri: con una breve nota, l’Autorità per la protezione dei dati personali comunica che il segretario generale, il consigliere Angelo Fanizza, ha rassegnato le proprie dimissioni e che il Collegio ne prende atto ringraziandolo per il lavoro svolto. Nessuna spiegazione ufficiale, almeno fino a ora: solo la conferma che il dirigente, nominato nel luglio 2025 e insediato solo da poche settimane, non resterà in carica fino al termine naturale del suo mandato previsto per il 2027.

Privacy, una inchiesta clamorosa

A poco a poco però il quadro si sta colmando di dettagli interessanti. A collegare le dimissioni di Fanizza al caso scoppiato attorno al Garante è innanzitutto Report. La trasmissione di inchiesta di Rai 3 parla di un documento interno, datato 4 novembre, in cui il segretario generale chiedeva al responsabile della sicurezza informatica di acquisire in modo urgente una mole di dati enorme sugli stessi dipendenti dell’Autorità. Nella lista, secondo quanto riportato dai media, ci sarebbero state mail di lavoro, accessi VPN, cartelle condivise, spazi di rete personali, sistemi documentali e persino i log in di sicurezza.

L’operazione avrebbe avuto un obiettivo preciso: individuare le presunte “talpe” che avrebbero fornito a Report informazioni sui vertici dell’Authority e sui loro rapporti con la politica e con alcuni grandi soggetti privati. Un intento che, se confermato, suonerebbe paradossale proprio perché maturato dentro l’istituzione chiamata a vigilare sull’uso corretto dei dati personali.

La rivolta interna e la linea di difesa del Collegio

A bloccare quel piano, sempre secondo le ricostruzioni giornalistiche, sarebbe stato lo stesso dirigente della sicurezza informatica, che avrebbe rifiutato di procedere ritenendo la richiesta illegittima e in contrasto con gli orientamenti dell’Autorità sull’accesso del datore di lavoro ai dati sensibili dei propri dipendenti. La vicenda viene raccontata ai lavoratori e diventa la scintilla che porta a una durissima assemblea del personale,  che riunisce circa 200 persone e che si conclude con la richiesta unanime di dimissioni non solo del segretario generale ma dell’intero Collegio guidato dal presidente Pasquale Stanzione.

Il Garante, però, tiene il punto. In una nota diffusa in serata, il Collegio rivendica la propria totale estraneità alla comunicazione firmata da Fanizza e precisa che a quell’atto interno non sarebbe mai stato dato seguito. In pratica quella del consigliere sarebbe stata una iniziativa assolutamente personale. Ma non è tutto…

Privacy tutelata e rubata

L’Autorità ricorda anche che, secondo il proprio orientamento consolidato, l’accesso indiscriminato del datore di lavoro ai dati informatici dei dipendenti può costituire una violazione della privacy. Tradotto: la linea ufficiale è che l’iniziativa contestata resta in capo al solo segretario generale, che infatti si è fatto da parte, mentre i quattro membri del Collegio non hanno alcuna intenzione di dimettersi.

Sul piano politico, le opposizioni avevano già chiesto un azzeramento dei vertici dopo le puntate di Report che avevano messo in luce presunte contiguità con i partiti e possibili conflitti di interesse, mentre lo stesso conduttore Sigfrido Ranucci ha rivendicato il suo ruolo dell’inchiesta nel far emergere il corto circuito tra l’Authority e le sue funzioni di garanzia. Intanto, i sindacati e i lavoratori dell’Autorità attendono di capire se e come verrà fatta piena luce sull’episodio.

Sigfrido Ranucci, conduttoore di Report, settimanale di inchiesta di RAI 3 – Credits RAI (Velvetmag.it)

Un corto circuito di fiducia sulla tutela dei dati

Al di là delle responsabilità individuali, il caso Fanizza apre un fronte delicatissimo: cosa succede quando l’istituzione chiamata a difendere i cittadini da abusi nell’uso dei dati personali viene accusata di aver tentato, al proprio interno, una forma di sorveglianza invasiva sui lavoratori? È un cortocircuito che va oltre la cronaca politica e tocca la fiducia stessa nei meccanismi di tutela.

Il Garante per la privacy è l’Autorità a cui i cittadini si rivolgono quando un’azienda eccede nel controllare i propri dipendenti, quando una piattaforma digitale tratta i nostri dati in modo opaco, quando una pubblica amministrazione conserva informazioni in modo non conforme alle regole europee. Ci sarebbe molto da indagare sui numeri di telefono e le mail preda dei call center.

La credibilità dei Garanti

Sapere che negli uffici di piazza Venezia, secondo le accuse, si sarebbe ipotizzato di sfruttare gli strumenti informatici per “tracciare” chi aveva parlato con la stampa, non può che alimentare domande e pretese di trasparenza.

Le dimissioni del segretario generale sono un primo punto fermo, ma non chiudono il caso: a restare in gioco è la credibilità complessiva dell’Authority, e con essa la percezione che i nostri dati – quelli che consegniamo ogni giorno a volte in modo davvero troppo passivo a piattaforme, aziende e istituzioni – siano davvero protetti da un arbitro imparziale e indipendente.

Stefano Benzi

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