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I bond islamici rischiano di far fallire lo Stato delle Maldive

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Negli ultimi mesi, le Maldive sono finite sotto i riflettori internazionali per una crisi economica che minaccia di portare il Paese al default. Al centro di questa situazione ci sono i bond islamici emessi dal Governo maldiviano per finanziare infrastrutture e progetti di sviluppo. Questi titoli, legati ai principi della Sharia, hanno imposto un costo economico e politico pesante sulle finanze del Paese, aumentando i timori di un possibile fallimento finanziario.

Bond islamici e profitti

I bond islamici, noti anche come Sukuk, sono strumenti finanziari conformi alla Sharia, la legge sacra islamica basata sui principi del Corano che vietano il pagamento di interessi. Le Maldive hanno emesso questi titoli negli ultimi anni per attrarre investimenti esteri e sostenere la propria economia, particolarmente in settori strategici come il turismo e l’edilizia.

Foto Ansa

Tuttavia il meccanismo di funzionamento di questi bond è particolare: richiede la condivisione dei profitti piuttosto che il pagamento di interessi fissi. Questo ha creato una forte dipendenza dalle performance economiche che devono essere sempre al top per consentire un’adeguata remunerazione. A seguito della pandemia di Covid le Maldive hanno subito un duro colpo a causa del crollo del turismo internazionale. Oggi non è più così ma gli strascichi sono molto pesanti. Si sono ridotti drasticamente gli incassi dello Stato necessari a mantenere i pagamenti sui bond, generando deficit e mettendo a rischio la capacità del Governo di onorare gli impegni finanziari.

Le conseguenze di un default

Se le Maldive non riusciranno a gestire la situazione, potrebbero trovarsi costrette a dichiarare default. Lo Stato andrebbe cioè in bancarotta e quindi dovrebbe dichiarare fallimento. Questo porterebbe a una serie di conseguenze gravi. Fra cui l’impossibilità di accedere a nuovi finanziamenti internazionali, l’inflazione galoppante e una crisi di fiducia nel Governo. Inoltre, un fallimento economico comprometterebbe ulteriormente il settore turistico, già in difficoltà, e peggiorerebbe le condizioni di vita dei maldiviani. I quali si troverebbero a fronteggiare un aumento dei prezzi e una riduzione delle opportunità lavorative.

A rendere la situazione più complessa è la natura dei creditori, molti dei quali sono investitori stranieri attratti dall’alto rendimento dei bond Sukuk. Un default su questi titoli potrebbe scatenare una crisi diplomatica con i paesi coinvolti e minare le relazioni economiche con le potenze regionali, in particolare con l’India, uno dei maggiori partner commerciali delle Maldive.

Il presidente delle Maldive, Mohamed Muizzu. Foto X @wadde_mv

La strategia del Governo

Il governo maldiviano ha cercato di adottare delle contromisure per evitare il peggio. Tra queste, l’introduzione di politiche di austerità e la ricerca di nuovi accordi di rifinanziamento del debito. Tuttavia, la strada verso la ripresa sembra ancora lunga e irta di ostacoli, soprattutto in considerazione del contesto globale incerto.

Recentemente, le Maldive hanno avviato delle trattative con i principali creditori per rinegoziare i termini dei bond Sukuk e cercare di allungare le scadenze dei pagamenti. Tuttavia, queste trattative non sono semplici, poiché molti investitori potrebbero preferire un rimborso immediato piuttosto che accettare condizioni più flessibili. La situazione economica delle Maldive rappresenta inoltre un campanello d’allarme per altri piccoli stati insulari. La crisi dei bond islamici ha dimostrato quanto sia rischioso affidarsi a strumenti finanziari che, sebbene conformi ai principi religiosi, possono rivelarsi insostenibili in caso di shock economici globali.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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