Jordan Bardella e Christine Lagarde. Foto Ansa/Epa/VelvetMag
Urne aperte in Francia per il secondo turno delle elezioni legislative anticipate che preannunciano la probabile, storica vittoria del Rassemblement National di Marine Le Pen. È possibile, però, che l’Rn più i suoi alleati gollisti dissidenti di Eric Ciotti – coalizione che al primo turno del 30 giugno ha raccolto il 33% dei suffragi – non ottengano la maggioranza assoluta dei seggi all’Assembée Nationale. Governare sarebbe dunque difficile. E può accadere di tutto: anche che sopravvenga un governo di unità nazionale come fu l’esecutivo Draghi in Italia.
Intanto sabato 6 luglio hanno già cominciato a votare i cittadini della piccola comunità di Saint-Pierre-et-Miquelon, al largo del Canada, nell’Atlantico del Nord. Il primo dei Territori d’Oltremare francesi che vanno al voto insieme alla madrepatria. Nell’unico collegio elettorale dell’arcipelago, il ballottaggio è fra un esponente di destra e un socialista. Sono seguiti poi la Guyana, le Indie Occidentali, i francesi che vivono nel continente americano, la Polinesia e la Nuova Caledonia.
Jordan Bardella e Christine Lagarde. Foto Ansa/Epa/VelvetMag
In Francia raramente le elezioni legislative – cioè quelle per il Parlamento, non per il Presidente della Repubblica – hanno scatenato tanta passione e partecipazione. Al primo turno c’è stato un record di affluenza, il più alto da più di 40 anni, pari al 65%, che ha suscitato allarmi internazionali e speranze nazionaliste, soprattutto da parte di chi, votando per il partito di Marine Le Pen, spera per la prima volta di dare al movimento politico in cui si riconosce la straordinaria possibilità di governare. Si tratterebbe, infatti, del primo esecutivo di estrema destra in Francia dalla Seconda guerra mondiale.
Gli ultimi sondaggi sembravano mostrare una testa a testa fra i due blocchi: l’Rn e i suoi alleati da un lato, e l’alleanza di sinistra Nuovo Fronte Popolare (NFP) con i centristi filo-Macron dall’altro. È pur vero che tanto hanno fatto i cosiddetti patti di desistenza, vale a dire la rinuncia alla corsa al secondo turno per tutti quei candidati arrivati terzi al primo turno, con l’obiettivo di facilitare al ballottaggio esponenti del Nuovo Fronte Popolare o rappresentanti delle liste di centro facendo convergere i voti sullo “sbarramento contro l’estrema destra“.
Si registra un totale di 218 candidati che si sono ritirati: 130 della sinistra e 82 centristi. Decine di confronti ‘triangolari’ – al ballottaggio non vanno solo i primi due più votati ma tutti i candidati che abbiano superato una certa soglia di suffragi – che avrebbero favorito il Rassemblement, si sono trasformati in duelli molto più incerti.
Il presidente francese Emmanuel Macron. Foto Ansa/Epa Aurelien Morissard
Il patto di desistenza insomma pare che abbia avuto il suo effetto. Secondo quello che registravano le ultime rilevazioni, è quasi impossibile il raggiungimento della maggioranza assoluta (pari ad almeno 289 seggi) per l’estrema destra. Dopo i risultati del voto al primo turno il partito lepenista sembrava capace di ottenere una forte maggioranza relativa, se non assoluta, avendo toccato il 33,2%. Nonostante un leggero calo, ha bissato il successo ottenuto alle elezioni europee del 9 giugno, che hanno spinto il presidente Emmanuel Macron a ribaltare il tavolo, decidendo lo scioglimento dell’Assemblea nazionale.
I giochi, dunque, sono aperti. Se l’Rn otterrà la maggioranza, il primo ministro sarebbe Jordan Bardella, 28 anni, il più giovane della storia della Quinta Repubblica, per attuare quell’agenda anti-immigrazione che il suo partito sostiene da decenni. È pur vero che, con Macron ancora all’Eliseo fino al 2027, e con le chiavi del potere saldamente nelle sue mani, la coabitazione sarebbe alquanto complicata. Se la sinistra e i macronisti riuscissero, con il loro fronte repubblicano, ad arginare la destra, comincerà una difficile trattativa per governare la Francia. L’ipotesi di un Governo tecnico – anche questo fatto del tutto inedito Oltralpe – per cui la candidata naturale è l’attuale presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, sarebbe la via d’uscita da uno scenario di perfetta ingovernabilità.
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