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Ungheria, Ilaria Salis ai domiciliari dopo 15 mesi in cella

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Ilaria Salis è uscita dal carcere di Budapest, in Ungheria, al mattino del 23 maggio per recarsi presso un’abitazione agli arresti domiciliari. Salis si trovava nella prigione di massima sicurezza di Gyorskocsi dove era rinchiusa da oltre 15 mesi. Adesso sconterà la misura cautelare degli arresti domiciliari in attesa della fine del suo processo.

Roberto Salis, padre dell’attivista antifascista – sotto processo in Ungheria con l’accusa di aver aggredito militanti di estrema destra, sebbene lei si professi innocente – ha dichiarato: “Finalmente abbiamo la possibilità di riabbracciare Ilaria. Speriamo che questa sia una tappa temporanea prima di vederla finalmente in Italia“. Ilaria, 39 anni, insegnante a Milano, è stata arrestata l’11 febbraio del 2023 assieme a due antifascisti tedeschi. Le autorità ungheresi l’hanno trasferita in carcere con l’accusa di aver partecipato a due aggressioni nei confronti di tre militanti di estrema destra e di far parte di un’associazione criminale.

Ilaria Salis durante il processo a Budapest, lo scorso 18 marzo. Foto Ansa/Enrico Martinelli

Salis potrebbe tornare in Italia

Il 15 maggio scorso il tribunale di Budapest ha accolto il ricorso presentato dai suo legali e le ha concesso la detenzione ai domiciliari con il braccialetto elettronico. Ilaria Salis ha inoltre dovuto pagare una cauzione di 40mila euro. Dopo alcuni giorni di attesa il bonifico, partito la settimana scorsa dall’Italia, è arrivato e Ilaria Salis è uscita quindi dal carcere. Venerdì 24 maggio è in programma la terza udienza del processo a suo carico.

Il trasferimento agli arresti domiciliari a Budapest per Ilaria Salis deciso dai giudici ungheresi – dopo che a marzo le fu negato – apre la strada che agevola le tappe per il possibile rientro in Italia della 39enne. Le autorità italiane potrebbero chiedere al dicastero ungherese – previa l’eventuale richiesta da parte dei legali di Salis – la necessaria documentazione. E a quel punto trasmettere il tutto all’autorità giudiziaria competente per il riconoscimento e l’esecuzione in Italia della misura applicata. Come prevede la legge quadro del Consiglio europeo del 2009.

Si tratta di una normativa per il reciproco riconoscimento delle decisioni sulle “misure alternative alla detenzione cautelare“. Sulla norma, però, ci sarebbe una giurisprudenza non univoca. In quanto quella applicata a Salis non è una misura conseguente a una condanna definitiva, ma una misura cautelare.

Giorgia Meloni ha telefonato a Orban per perorare la causa di Salis. Foto Ansa/Giuseppe Lami

La candidatura della detenuta

Come è noto, il nome di Ilaria Salis è oggi nelle liste di Alleanza Verdi Sinistra (AVS) per la conquista di un seggio al Parlamento europeo alle elezioni dell’8 e 9 giugno. Salis potrebbe così tornare libera. Se eletta, infatti, per lei scatterebbe l’immunità parlamentare. Ma il caso Salis potrebbe non essere unico nel suo genere nel prossimo turno elettorale per il rinnovo del Parlamento Ue. In Grecia il partito conservatore Nuova Democrazia ha inserito nella sua lista elettorale Fredi Beleri, un sindaco albanese di etnia greca condannato a due anni di reclusione in un caso di traffico di influenze che è culminato in una crisi politica con l’Albania.

Tornando a Ilaria Salis, se non riuscisse a raccogliere, assieme ad Avs, un numero di preferenze sufficiente per entrare al Parlamento di Strasburgo, la sua situazione di detenuta in attesa di giudizio non muterebbe. Come è noto il caso Salis è divenuto tristemente celebre per le manette, i ceppi alle caviglie e il guinzaglio con cui la giovane donna italiana è stata brutalmente esibita nell’aula di un tribunale ungherese. Modalità che hanno suscitato indignazione in tutta l’Unione europea per la palese violazione dei diritti umani dei detenuti.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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