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Mancini e l’addio shock all’Italia: “Il mio è un gesto d’amore”

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Le dimissioni quasi ferragostane (la sera del 12 agosto) di Roberto Mancini hanno all’apparenza un aspetto tragicomico. Mentre gli italiani sono in vacanza il commissario tecnico della Nazionale taglia la corda. E lo fa senza dare spiegazioni, se non affermando che si è trattato di “una scelta personale“. Resosi conto della bufera che ha scatenato – in fondo qualsiasi scelta professionale è anche una scelta personale – Mancini prova a spiegare meglio il perché del suo gesto inatteso.   

Lo ha fatto tramite un’intervista apparsa il 15 agosto su Repubblica, Libero, Il Messaggero, il Corriere dello Sport, il Mattino e il Gazzettino. Insomma un’intervista ‘a reti unificate’ (cartacee) dopo lo striminzito post su Instagram che non diceva sostanzialmente nulla.

Roberto Mancini. Foto Ansa/Caudio Giovannini

Mancini e lo staff dimezzato

Ora il tecnico di Jesi esce allo scoperto sulla causa del divorzio dall’Italia e, c’è scommetterci, susciterà applausi ma anche molta rabbia fra i tifosi-lettori sotto gli ombrelloni. Niente Arabia Saudita, per il momento (si è parlato di un’offerta da 40 milioni per fare il ct della Nazionale che ora va di moda). Piuttosto, spiega Mancini un senso di disagio cresciuto negli ultimi mesi. “Ho cercato di spiegare le mie ragioni a Gravina – attacca Mancini con Repubblica – gli ho detto che avevo bisogno di tranquillità, non me l’ha garantita e quindi mi sono dimesso. Non ho fatto niente per essere massacrato” (il riferimento è alle pesanti critiche ricevute da gran parte dei giornali).

Mancini libera la sua rabbia per i cambiamenti nel suo staff, con gli spostamenti di Evani e Lombardo nel mirino. Di fatto confermando i rumors sui suoi mal di pancia. Le accuse sono pesanti: “Si è mai visto un presidente federale che cambia lo staff del suo allenatore? È da un anno che voleva farlo. Gli ho fatto capire che non poteva, ma ha giocato sul fatto che un paio erano in scadenza. È da tempo che pensava cose opposte alle mie, doveva mandare via me a quel punto“.

Nulla contro Buffon e Bonucci

Il giornale Libero gli chiede se c’entra Buffon (che è entrato nei giorni scorsi a far parte dello staff dopo il suo addio al calcio giocato). “No, niente contro di lui, anzi solo grande stima. Tutta inventata anche la storia di Bonucci“. Nell’intervista a Hoara Borselli, definisce il suo addio “un gesto d’amore, non un tradimento. Un gesto meditato da un po’ di mesi“. Mancini confessa che avrebbe potuto abbandonare la Nazionale dopo la mancata qualificazione al Mondiale in Qatar, ma fu la Federazione a chiedergli di rimanere.

Mancini col presidente della Federazione italiana gioco calcio (Figc) Gabriele Gravina (a sinistra), dopo la vittoria dell’Italia all’Europeo 2020. Foto Ansa/Epa Facundo Arrizabalaga

Sulla tempistica quanto meno singolare delle dimissioni, l’ex ct cerca di discolparsi con Repubblica. “Mancano 25 giorni alla prossima partita, non tre. Penso di essere sempre stato corretto“. Il finale dell’intervista a Libero svela lo stato d’animo di Mancini, tutt’altro che sereno: “Mi è dispiaciuto leggere cose brutte, trovo ci sia stata una mancanza di rispetto. Sono molto triste“.

Su Mancini si sono abbattuti anche gli strali di Furio Valcareggi, procuratore di calcio e figlio dell’unico commissario tecnico che, prima del Mancio, aveva vinto l’Europeo (nel 1968): Ferruccio Valcareggi. “La prima sensazione che ho avuto non è stata buona – ha detto all’Ansa – Non conoscendo i fatti a intuito dico che le dimissioni sono arrivate o perché ha avuto un’altra offerta importante come va di moda ora dei paesi arabi oppure ha pensato di non poter più vincere con questa nazionale” le parole di Valcareggi junior. “Solo lui potrà spiegare quanto successo, ma avrà difficoltà ad uscirne bene“.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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