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Iran, i boia di Stato non fermano la rivoluzione

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Il regime degli ayatollah che domina sull’Iran da oltre 40 anni continua a mietere vittime nel tentativo di reprimere la rivolta popolare in atto da 4 mesi. I boia di Stato hanno impiccato Alireza Akbari, ex viceministro della Difesa. E si teme per la vita del rapper Toomaj Salehi, arrestato da mesi e sottoposto a torture.

Ma la rivoluzione in corso nel paese non si ferma. Akbari, dalla doppia cittadinanza iraniana e britannica, era sotto accusa per spionaggio e i magistrati lo avevano condannato a morte per “corruzione“. L’ex viceministro doveva rispondere anche di “aver danneggiato la sicurezza interna ed esterna del Paese passando informazioni di intelligence” secondo le accuse del regime.

Alcune ragazze dell’Iran a cui le milizie di regime ha sparato agli occhi con fucili da caccia. Foto Twitter Bbc @MarianoGiustino

“Akbari torturato”

Prima dell’esecuzione, alle luci dell’alba, gli Stati Uniti si erano uniti alla richiesta del Regno Unito di sospendere l’esecuzione capitale dell’uomo. Il diplomatico statunitense Vedant Patel aveva dichiarato che “le accuse contro Alireza Akbari e la sua condanna sono state motivate politicamente. La sua esecuzione sarebbe inconcepibile“. “Siamo molto turbati dalle notizie secondo cui Akbari è stato drogato, torturato durante la detenzione, interrogato per migliaia di ore. E costretto a fare false concessioni“, aveva aggiunto Patel, invitando l’Iran a rilasciare Akbari “immediatamente“.

Nel Governo dell’Iran

La Repubblica islamica dell’Iran è accusata di utilizzare prigionieri con doppia nazionalità in particolare, ma anche di altri Paesi, come misura di pressione o per scambi di detenuti. È la cosiddetta “diplomazia degli ostaggi“. E Alireza Akbari non solo aveva la doppia cittadinanza iraniana e britannica, ma aveva in passato ricoperto ruoli apicali in politica.

Alireza Abkari, ex viceministro della Difesa, impiccato dal regime di Teheran. Foto Twitter @MarianoGiustino

Era stato infatti viceministro della Difesa durante il mandato dell’ex presidente riformista Mohamed Katami (1997-2005). Le autorità di Teheran lo avevano fatto arrestare tre anni fa. Gli imputavano, fra l’altro, di aver avuto un ruolo nell’assassinio dello scienziato nucleare iraniano, Mohsen Fakhrizadeh, avvenuto nel 2020. Il ministero dell’Intelligence aveva esaltato l’arresto di Akbari, definendo l’ex viceministro “uno dei più importanti casi di infiltrazione” nella sicurezza del Paese.

Le donne nel mirino

La sempre più cruenta repressione da parte del regime islamico dell’Iran sul proprio popolo non sembra tuttavia sortire l’effetto di far cessare le manifestazioni e le proteste. In Iran le donne e i giovani, in primo luogo, ma ormai vasti strati della popolazione, anche maschile, continuano ogni giorno a far sentire la propria voce in molte zone del paese. E non si lasciano intimorire da arresti, torture, spari, uccisioni e condanne a morte mediante impiccagione dopo processi farsa.

Ghazal Ranjkesh, la ragazza che, come molte sue coetanee, si è vista sparare agli occhi dalla polizia, mostra il suo sorriso in una foto che circola sua social media

Come è accaduto, ad esempio, alla giovane Ghazal Ranjkesh, nella città portuale di Bandar Abbas. In un video postato su Twitter dal corrispondente di radio radicale, Mariano Giustino, si vede la ragazza che sorride malgrado abbia perso l’occhio destro dopo che la polizia le ha sparato in viso lo scorso novembre. “L’ultima immagine che il mio occhio destro ha registrato è stato il sorriso ironico della persona che ha sparato” ha dichiarato Ghazal Ranjkesh. “Ho una storia che non è ancora finita. Perché non ho visto il giorno che dovrei vedere; so che è vicino… molto vicino“. La giovane intende il giorno in cui cadrà il brutale regime autocratico e dittatoriale della Repubblica islamica dell’Iran.

Il rapper 32enne Toomaj Salehi in un’immagine diffusa dalla Ong per i diritti umani IOPHR. Foto Twitter @IOPHRpress

Iran, il rapper arrestato

La polizia spara alle donne al viso, ai seni e ai genitali. I giovani e i giovanissimi, anche minorenni, sono vittime designate. Così come gli artisti. Molti giovani dell’Iran sono in ansia per il destino del rapper Toomaj Salehi, 32 anni. Il giovane, le cui canzoni sono fra i simboli delle proteste anti regime, rischia la morte.

Fermato lo scorso ottobre, Salehi ha visto formalizzare contro di lui, a fine novembre, le accuse di “corruzione della Terra“. Secondo la Ong per i diritti umani IOPHR, lo hanno torturato e necessita di urgenti cure mediche che gli vengono negate. Nei testi delle sue canzoni Toomaj Salehi denuncia le politiche della Repubblica islamica dell’Iran, i suoi sostenitori all’estero e quanti, a suo giudizio, ignorano l’oppressione del popolo iraniano. Non solo, il rapper punta il dito contro la corruzione all’interno del regime. “Io sono Ahwaz, sono povero – canta in una delle sue canzoni – sono figlio dell’Iran, sono un simbolo di coraggio, sono l’ira di Dio“.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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