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Pietro Orlandi: “Il Vaticano non potrà nascondere per sempre la verità su Emanuela”

Il fratello della 15enne sparita nel nulla da 40 anni palude alla riapertura delle indagini. Tutti gli elementi che hanno spinto la Santa Sede alla storica svolta

La tragedia della cittadina vaticana Emanuela Orlandi, la 15enne romana scomparsa nel nulla da 40 anni, torna alla ribalta dopo la clamorosa riapertura del caso da parte del Promotore di Giustizia della Santa Sede.

Quattro giorni dopo le esequie del Papa Emerito Benedetto XVI, Joseph Ratzinger, sempre accusato dal fratello di Emanuela, Pietro Orlandi, di aver avuto un atteggiamento pilatesco sulla sparizione della sorella, la magistratura torna a indagare. E lo fa su istanza della famiglia.

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Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, in piazza del Sant’Uffizio a Roma durante un sit-in nel giorno del compleanno della sorella, il 18 gennaio 2020. Foto Ansa/Giuseppe Lami

Pietro Orlandi scrisse a Francesco

Il Promotore della Giustizia vaticana, Alessandro Diddi, avvierà dunque nuove indagini in relazione alla scomparsa della Orlandi, avvenuta a Roma il 22 giugno 1983. L’iniziativa, scrive l’Ansa, è legata a una serie di istanze che Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, ha presentato in passato.

Allo speciale della trasmissione Atlantide, di Andrea Purgatori, su La7, lo scorso 14 dicembre, Pietro Orlandi aveva sottolineato di aver scritto, nel 2022, a papa Francesco ritenendo di avere nuovi elementi da sottoporre all’attenzione del Vaticano. Con sorpresa di Orlandi, il Pontefice gli aveva risposto indirizzandolo al procuratore Diddi, cosa che il fratello di Emanuela fece. E tuttavia, lamentava Pietro Orlandi, non aveva poi saputo più nulla.

Il caso di Mirella Gregori

Adesso, invece, la magistratura vaticana ha deciso di mettersi in moto. In primo luogo il Promotore di Giustizia analizzerà gli atti e i documenti relativi alle vecchie indagini. Il procedimento della Procura di Roma sulle sparizioni della Orlandi e della sua coetanea Mirella Gregori – anch’ella scomparsa nel nulla e mai più ritrovata, il 7 maggio 1983 – fu archiviato nell’ottobre del 2015. A chiedere di archiviare fu lo stesso procuratore capo di allora, Giuseppe Pignatone, che adesso è il presidente del Tribunale vaticano.

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Un sit-in per Emanuela Orlandi nel 2020 a Roma, davanti al Vaticano. Il prossimo 14 gennaio se ne terrà un altro. Foto Ansa/Giuseppe Lami

Il commento degli Orlandi

Noi ne siamo all’oscuro, lo apprendiamo dagli organi di stampa ma certo è da un anno che attendevamo di essere ascoltati“, ha affermato all’Ansa la legale della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, commentando la riapertura delle indagini in Vaticano. “Da tantissimi anni chiediamo una collaborazione per arrivare a una soluzione finale” ha detto a Rainews 24 Pietro Orlandi. “Che si riaprano le indagini è una cosa molto positiva – ha sottolineato – finalmente forse ci potrà essere una collaborazione tra lo Stato italiano e lo Stato vaticano. Visto che, poco tempo fa, è stata fatta una proposta per aprire un’inchiesta parlamentare“.

“Il Vaticano ha cose di Emanuela”

Pietro Orlandi spera “di essere ascoltato quanto prima perché nel tempo avrei voluto parlare con loro per i tanti elementi emersi in questi ultimi anni, trovati con l’avvocato Sgrò“. E, ha aggiunto, “ci sono cose importanti come i messaggi whatsapp del 2014 che mi sono arrivati tra due persone molto vicine a papa Francesco che parlano di documenti di Emanuela, di cose di Emanuela, spiega.

Il documentario di Netflix sulla Orlandi

Pietro si augura che “si possa arrivare a una soluzione. La verità c’è, sta da qualche parte sta e molte persone la conoscono“. Secondo Orlandi, grazie al documentario di Netflix Vatican girlora anche al di fuori dell’Italia sanno quello che è successo in questi 40 anni“. Forse “ci si è resi conto che è una storia che nessuno riuscirà mai a nascondere fino alla fine. Prima o poi si dovrà per forza di cose arrivare a una soluzione. Ne sono convinto“. “In Vaticano ci sono persone a conoscenza di tutto” ha detto Orlandi a Rainews24. E ha concluso sottolineando che “ci sono situazioni mai volutamente approfondite“.

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Il murale al Corviale di Roma dedicato a Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Lo hanno realizzato lo street artist Antonino Perrotta e i Pat, i pittori anonimi del Trullo. Foto Ansa/Riccardo Antimiani

Perché il caso è stato riaperto

Sembrano essere più d’uno gli elementi che possono aver portato una pressione sulla Santa Sede tale da far compiere al Promotore di Giustizia la scelta di riaprire il caso Orlandi. Ed è difficile immaginare che la magistratura vaticana si muova a prescindere da un via libera, anche tacito, di Casa Santa Marta, ovvero del Pontefice.

Quali sono questi elementi? Forse finanché la morte del Papa Emerito Benedetto XVI. La rilevanza mediatica mondiale sul caso di Emanuela Orlandi dovuta alla docuserie Netflix. Nastri registrati con presunte rivelazioni che coinvolgerebbero anche l’allora papa Giovanni Paolo II, riportabili a ex esponenti della banda della Magliana, e rese pubbliche in Tv dalla trasmissione Atlantide lo scorso 14 dicembre. La mossa di PD, M5S e Azione che hanno chiesto l’istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta su tre dei più grandi e mai risolti gialli italiani. Ovvero i rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori e l’omicidio di Simonetta Cesaroni.

E infine il clamore mediatico attorno al libro che ha da poco dato alle stampe per Rizzoli l’avvocatessa degli Orlandi, Laura Sgrò, Sangue in Vaticano che, come VelvetMag ha raccontato, documenta il giallo mai davvero chiarito del peggior fatto di sangue mai avvenuto fra le mura leonine. Ovvero il triplice omicidio suicidio che ha coinvolto la sera del 4 maggio 1998 il vicecaporale Cédric Tornay, il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann e sua moglie Gladys Meza Romero.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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