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Lula, il calamaro dalle 9 dita

Dopo 580 giorni di prigione e una riabilitazione da accuse di corruzione, terzo storico mandato per il presidente operaio più famoso del mondo

A 77 anni, avendo brillato come una stella per poi precipitare nell’ignominia del carcere, Luiz Inácio Lula da Silva è diventato per la terza volta presidente del Brasile. Della sua esistenza si potrebbe dire, con Gabriel García Márquez, che è un “vivir para contarla“, per intensità, ascese, cadute e colpi di scena.

Chi lo disprezza, come il suo avversario sconfitto Jair Bolsonaro, il presidente uscente del Brasile, lo chiama “nove dita“. Per indicare che è solo un politicante privo persino di una parte della sua mano sinistra. Lula, dal canto suo, se ne fa quasi un vanto. Da ragazzo perse il mignolo sinistro in un incidente sul lavoro, in fabbrica. Adesso la sua mano mutilata campeggia nella foto che vedete in primo piano, e che il suo staff ha postato sulle sue pagine social dopo la vittoria la ballottaggio del 30 ottobre.

Foto Twitter @LulaOficial/@ricardostuckert

Quella di Lula in questo scorcio finale di 2022 appare a molti commentatori una “vittoria storica“. Ma perché? In fondo l’ex sindacalista dei metallurgici è già stato presidente del Brasile per due mandati: fra il 2002 e il 2006, e di nuovo fino al 2010. Eppure quella del 30 ottobre 2022 – a vent’anni esatti dalla prime elezione – è stata per Lula qualcosa di più della consacrazione per un terzo mandato. Con Bolsonaro è stata una sfida all’ultimo voto. Il Tribunale superiore elettorale ha poi ufficializzato la vittoria di Lula che ha ottenuto 60.345.999 voti, equivalenti al 50,90% del totale, mentre Bolsonaro ne ha ricevuti 58.206.354 (49,10%).

Lula, partito dal basso

Ma chi è Luiz Inácio Lula da Silva? Ex sindacalista, è nato il 27 ottobre del 1945 a Caetés, nello Stato del Pernambuco, nel famigerato Nord Est del Brasile. Luoghi di grande bellezza e altrettanta povertà diffusa. Almeno al tempo di Lula bambino, figlio di un contadino analfabeta. Il futuro presidente di 215 milioni di cittadini (tanti quanti sono oggi i brasiliani) lasciò la scuola dopo la quarta elementare e cominciò a lavorare a 12 anni come lustrascarpe dei ricchi. Poi come come venditore di strada; quindi in fabbrica. Ma riprendendo gli studi e riuscendo a ottenere quello che in Italia corrisponde a un diploma di scuola superiore. Nel 1978, a 33 anni, divenne capo del sindacato dei lavoratori dell’acciaio (Sindicato dos Metalurgicos do ABC) di São Bernardo do Campo e Diadema.

Il soprannome dell’infanzia

Silva è il cognome del presidente e Luiz Inácio il nome. Lula è il soprannome che ha dall’infanzia, formato da una ripetizione dell’iniziale del suo nome. Significa “calamaro” ed è il nome con il quale è conosciuto da quando divenne uno dei sindacalisti principali della scena nazionale. E fin dagli albori della sua carriera politica, iniziata nel 1980, con la fondazione – ancora in piena dittatura militare – del Partito dei Lavoratori. Nel 2002 Lula divenne il primo presidente di sinistra del Brasile. Ma anche il primo operaio senza un diploma universitario a raggiungere la massima carica dello Stato. Poi la riconferma nel 2006.

Foto Twitter @ricardostuckert

Idealista ma pragmatico, durante il suo governo ha strappato alla fame milioni di persone con il programma Fome Zero (fame zero), Bolsa Família (borsa di famiglia) e Luz Para Todos (luce per tutti, per l’energia elettrica). In questo modo è diventato uno dei leader latinoamericani più popolari anche all’estero. Nell’ultima campagna elettorale, Lula ha promesso di tornare a “prendersi cura del popolo.” Appassionato di calcio e telenovelas, ha sposato lo scorso maggio la sociologa Rosangela Janja da Silva, terza moglie, di 21 anni più giovane di lui, dopo aver perso la moglie Marisa Leticia Rocco nel 2017 e Maria de Lourdes, sposata nel 1969 e morta di parto insieme al loro bambino.

Lacrime di gioia per la vittoria di Lula. Foto Ansa/Epa Antonio Lacerda

Il caso Cesare Battisti

Nei rapporti con l’Italia, tra le note stonate c’è la decisione di Lula di negare l’estradizione e concedere l’asilo politico all’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo (Pac), Cesare Battisti. Per lui l’estradizione arriverà nel 2018 sotto la presidenza di Michel Temer. Solo nell’agosto 2020 Lula chiederà scusa ai familiari delle vittime sostenendo di aver sbagliato nel concedere l’asilo all’ex terrorista. Scuse poi estese a tutti gli italiani in un’intervista televisiva nel 2021.

Le accuse di corruzione e la ‘resurrezione’

Le origini operaie e le vittorie politiche hanno reso Lula un fenomeno di massa e un’icona della sinistra latinoamericana. Ma questo non lo ha reso immune agli scandali e all’ombra della corruzione, per la quale è stato condannato due volte e ha trascorso un anno e mezzo, 580 giorni per la precisione, in prigione tra il 2018 e il 2019, cosa che gli ha impedito di candidarsi alle elezioni di quattro anni fa. Le condanne sono poi state annullate, in quanto considerate viziate e non imparziali. Nel 2021, infatti, la Corte Suprema ha annullato le sentenze, restituendo a Lula i diritti politici. “Volevano seppellirmi ma sono risorto” ha detto a caldo dopo la terza elezione. Il Brasile è oggi un grande paese diviso, e attraversato da conflitti profondi. Il ‘calamaro’ dalle ‘9 dita’ ha davanti a sé una sfida imponente.

Foto Ansa/Epa Sebastiao Moreira

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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