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Pigiama al lavoro Day, dalle star allo smart working: il look “comodo” resta il migliore

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Lo chiamano il “Pigiama al lavoro Day”. Chissà che non si siano ispirati a Bridget Jones nel famoso film, o che non faccia capolino nella mente di molti il successo del pigiama di Chiara Ferragni. O il look di Carrie Bradshaw. Il fatto è che in tempi di pandemia di Covid il capo di abbigliamento più amato la sera e la notte – il pigiama – ha ritrovato una nuova inattesa dignità. Anzi un’importanza vera e propria. Regalarsi un po’ di leggerezza a volte fa bene. Ed è con questo spirito che oggi 16 aprile si celebra il Pigiama al lavoro Day o Giornata del pigiama in ufficio. Non mancano ormai le tendenze, in termini di outfit, di quanti ogni giorno affrontano riunioni, briefing e chiusure di accordi commerciali direttamente dalle mura domestiche. Ma non solo.

Smart working? Abiti sportivi e “rilassati”

Come si vestono, tanto per cominciare, gli italiani quando lavorano da casa? In base a una ricerca condotta da InfoJobs, la piattaforma dedicata alla domanda e offerta di lavoro online, quasi 66 intervistati su 100 prediligono la comodità. Significa che l’abbigliamento sportivo prevale ma c’è anche un 15% che dichiara di rimanere in pigiama tutto il giorno. Solo circa il 17% non ha modificato il suo stile in base al cambio di location lavorativa.

Le videocall: occhio al vestiario

In particolare, per quanto riguarda le riunioni in videocall, dai dati emerge un sostanziale testa a testa tra chi opta per un outfit comunque impeccabile e completo (scarpe incluse) e chi, invece, sceglie un look “a mezzo busto”. Vale a dire eleganza dalla cintura in su ma, sotto, via libera a pigiama, calzettoni e ciabatte. Menzione speciale anche per una minoranza: quel 7% di lavoratori da remoto che ammette di prediligere mise formali con capo e clienti e di riservare pigiami o tutone per i collegamenti con i colleghi.

Più comodità, più benessere mentale

Secondo una ricerca riportata sul Medical Journal of Australia lavorare da casa in pigiama non ridurrebbe la produttività. Anzi. Al contrario, avrebbe un impatto positivo sulla nostra salute mentale. Secondo il 69% degli intervistati da Infojobs, il modo di vestire non incide sulla loro produttività e quindi non è l’abbigliamento indossato a determinare il proprio grado di professionalità. Sul canale Instagram di Infojobs le risposte sono state invece completamente diverse. La maggioranza ha sostenuto che l’abbigliamento abbia inevitabilmente un impatto sulla produttività.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma. Ha scritto La Storia di Asti e la Storia di Pisa per Typimedia Editore. Segui Domenico su Facebook Segui Domenico su Linkedin

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