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Coronavirus, Anna Bianca e Celinia, Le suore della Buonanotte, non vedono l’ora di tornare in corsia

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Le chiamano Le suore della buonanotte perché, ogni sera, dopo cena, passavano per le varie stanze della Clinica Palazzolo di Bergamo augurando ai pazienti una notte serena e ristoratrice. A causa del Coronavirus, che ha bloccato le visite nelle strutture sanitarie, non svolgono più questo affettuoso “servizio” del tutto volontario. Ma Suor Anna Bianca Faranelli e Suor Celinia Mazzoleni non vedono l’ora di tornare in corsia. 

Più che Le suore della buonanotte, per i pazienti della Clinica Palazzolo di Bergamo sono gli “angeli della notte”, perché passano nelle loro stanze ad augurare a tutti un riposo tranquillo e ristoratore.

I pazienti hanno sempre apprezzato questo “affettuoso” servizio, del tutto volontario, di Suor Anna Bianca Faranelli e Suor Celinia Mazzoleni, Sorelle della congregazione delle Suore delle Poverelle, fondata a fine ottocento da Don Luigi Palazzolo e Maria Teresa Gabrielli per aiutare i più poveri, i piccoli orfani e i bisognosi.

Purtroppo a causa del Covid 19, che ha spinto le strutture sanitarie a prendere misure drastiche per ridurre i contagi, Le suore della buonanotte non possono più entrare nei vari reparti a dare la buonanotte ai piccole e grandi pazienti. Un servizio che manca a molti ma, più di tutti, proprio alle due sorelle Anna Bianca e Celinia, che non vedono l’ora di tornare in Clinica.

“Mi manca così tanto ricevere e dare il sorriso”, spiega Suor Anna Bianca parlando anche per Suor Celinia, attualmente impegnata in un ritiro spirituale. “Primo perché sapevamo di essere accolte con gioia. Secondo, perché questa gioia era reciproca. Se alle persone ricoverate faceva piacere ricevere una parola di conforto e una buonanotte di cuore col sorriso, a noi ancora di più”.

Come si svolgeva questo vostro servizio?

“Tutte le sere, dopo cena, per circa un’ora ma molto più spesso anche qualcosa di più, passavamo di stanza in stanza. Non facevamo pregare le persone, non chiedevamo niente, auguravamo semplicemente la buonanotte. Se c’era l’occasione, e se ce lo chiedevano, parlavamo un po’, essenzialmente ascoltavamo. I loro progressi, i loro pensieri, ciò che li turbava. Alla fine erano tutte visite molto serene, libere, amichevoli”.

Ora purtroppo non andate più

“Che ci si può fare. Nulla. Ci dispiace soprattutto sapere che eravamo attese. Infatti se una sera non potevamo andare e ci dimenticavamo di avvisare, la sera dopo i pazienti ci dicevano: perché non siete venute? Che è successo? Dove siete state? Insomma: ci avevano aspettato invano. Però siamo consapevoli che la cosa più importante è non far girare il virus, non far ammalare né ammalarsi. Quindi attendiamo fiduciose che le cose tornino alla normalità”.

Ci sono frasi particolarmente belle che vi hanno detto i “vostri” pazienti che oggi potete ricordare?

“No, perché le nostre visite, anche se chiacchieravamo, alla fine non erano fatte di parole, ma di un dare e avere senza accorgersene. Oppure di sorrisi, perché quando esci dalla stanza sono quelli che vedi nei volti delle persone che sono a letto”.

A che tipologia di pazienti davate la buonanotte?

“Nella Clinica Palazzolo essenzialmente ci sono molti anziani. Se ci sono giovani, è perché in maggior misura soffrono di patologie alimentari o di anoressia. In entrambi i casi è importante che i pazienti ricoverati sentano che gli sei vicino, che a qualcuno importi davvero che stiano meglio. E, perché no, che dormano meglio”.

Perchè la “buonanotte” e non, per esempio, il “buongiorno”.

“Perché la buonanotte è un momento bello. Se anticipavamo la visita a prima della cena, era meno soddisfacente per loro e anche per noi. Il sonno è importante, per una persona malata ancora di più”.

Ha fatto piacere, a lei e alla sua consorella Celinia, il soprannome di Le suore della buonanotte?

“Ovviamente sì. A tutte e due. Perché lo abbiamo sempre fatto insieme. In due era bello, ci sostenevamo. E poi faceva piacere anche ai pazienti. Se mancava una ci dicevano. Dov’è l’altra? Perché non è venuta?”.

Photo Credits: Primabergamo.it

Stefania Fiorucci

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