Paolo Sorrentino è stato l’ospite dell’ultima puntata di EPCC ALive, andata in onda martedì 31 marzo 2020. Alessandro Cattelan ha deciso di intervistare il regista italiano in live chat – in rispetto delle normative per la prevenzione del Coronavirus – in un giorno decisamente particolare. La loro chiacchierata, infatti, è avvenuta nel corso della giornata successiva a quella in cui Papa Francesco ha dato la sua benedizione Urbi et Orbi in una piazza San Pietro mai così vuota. Ma, al contempo, mai così piena di paura, di bisogno, di ricerca di speranza. Il regista è stato chiamato a dire la sua sull’iconico evento, lui che sulla figura papale ha realizzato due serie televisive di successo – The Young Pope e The New Pope.
Paolo Sorrentino ha dichiarato di essersi reso perfettamente conto della straordinarietà dell’evento che ha visto protagonista Papa Francesco. E di quanto emblematica sia stata quell’immagine del pontefice sotto la pioggia, da solo, in preghiera. «Il Vaticano ha la capacità enorme di creare emozioni, messaggi e sentimenti, l’ha sempre avuta. La Chiesa non ha bisogno di me, l’immagine è potente e, se è pensata, può essere di grande impatto e soprattutto di immenso aiuto per le persone. In realtà quello che è accaduto a Roma è una specie di iniezione di fiducia per chi fa il mio mestiere che molto spesso si sente inutile: la forza dell’immagine può cambiare le cose. A giudicare dalle reazioni sembra proprio essere così», ha dichiarato il regista.
Poi la conversazione tra Paolo Sorrentino e Alessandro Cattelan si è spostata più generalmente sul Coronavirus e su come il regista sta vivendo questo periodo difficile. «Sono tornato da una settimana. Ero a Los Angeles, mi sono un po’ spaventato, volevo stare a casa e sentire una strana forma di vicinanza con i miei concittadini, con i miei amici e familiari, così sono tornato. Premesso che io mi spavento per molto poco, lì stavano dando ancora poca attenzione alla cosa, un processo psicologico comune un po’ a tutti quello che all’inizio ti vede rifiutare e poi pian piano si accetta e si entra in una condizione di panico. Lì erano ancora nell’idea che non li avrebbe riguardati. È stato faticoso tornare perché ci sono pochissimi voli, però c’è chi sta peggio», ha spiegato.
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