Di film che narrano, dal punto di vista di un bambino, la tragedia che ha rappresentato il Nazismo, ne è piena la storia del cinema – e, al contempo, non potrà né dovrà mai esserne satura. Eppure Jojo Rabbit, il nuovo film diretto dal regista neozelandese Taika Waititi e distribuito da 20th Century Fox, rappresenta un prodotto nuovo e in qualche modo unico nel suo genere. Perché strizza sì gli occhi ai più giovani, a cui è indubbiamente rivolto, ma lo fa senza quasi mai risultare compassionevole o patetico (nel senso più genuino del termine). I toni di cui si serve sono spesso, piuttosto, crudi, assurdi, a tratti grotteschi, volti a sottolineare la stupidità del razzismo nella sua versione più ottusa.
Insomma: Jojo Rabbit, presentato in anteprima italiana al Torino Film Festival e in uscita nei cinema giovedì 16 gennaio, è un film sul Nazismo che, però, fa ridere. E molto. Questo senza mai perdere di vista il suo scopo: smascherare tutte le insensatezze e i punti di debolezza del razzismo e dell’intolleranza. Ad essere raccontata è la storia di Jojo (Roman Griffin Davis), un ragazzo di dieci anni con un sogno nel cassetto: diventare la guardia personale di Adolf Hitler. Lo stesso fuhrer, tratteggiato nella sua versione più grottesca, è anche il suo amico immaginario, pronto a indicargli la via per essere un perfetto nazista. Il giovane, dopo aver dovuto abbandonare l’addestramento militare nella gioventù hitleriana a causa di un incidente, si trova a gironzolare per casa. Ed è lì che scopre che sua madre, la splendida Rosie (Scarlett Johansson), nasconde un’adolescente ebrea, Elsa (Thomasin McKenzie).
È proprio nel rapporto con le due donne, la madre Rosie e l’ebrea Elsa, che si schiude il significato più profondo e toccante di Jojo Rabbit. Mentre sullo sfondo della vicenda ruotano una serie di caricature dell’uomo medio nazista, cui l’idiozia è il tratto che più viene messo in evidenza, la quota rosa del film spicca per il suo spessore umano e la sua finezza intellettuale. Dimostra come, in un mare di ignoranza, il dialogo sia l’unico antidoto per non annegare. Mischiato a un pizzico di coraggio. «Siamo come voi… ma umani», risponde Elsa al piccolo Jojo, che le chiede di raccontargli tutto degli ebrei. Ed è forse qui, in questa frase, il vero messaggio del film. Manca forse quella fluidità nel passare dalla satira alla tragedia, ma Jojo Rabbit riesce nel suo intento: far riflettere, divertendo.
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