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27 luglio 1929: ecco come nasceva “Gli Indifferenti” di Alberto Moravia

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Il morbo di Pott è una forma di tubercolosi extrapolmonare che causa dolore, gobba e paralisi. Largamente diffusa in passato colpì, tra gli altri, anche Giacomo Leopardi e Antonio Gramsci.

Nato a Roma nel 1907 sotto il nome di Alberto Pincherle, il futuro Alberto Moravia fu il secondo di 4 figli, in quella che all’epoca era una famiglia benestante e per molti versi intellettuale.

Caratterizzato da una vivida intelligenza e da una curiosità quasi faticosa, Alberto soffrì di un’infanzia “grave e solitaria”. Parte di questa infanzia, ricordata in età adulta con amara severità, fu segnata proprio da una malattia contratta già all’età di 9 anni, che lo costrinse a letto per i 5 seguenti.

La tubercolosi ossea che colpì lui e la sua spina dorsale, mutando il corso naturale della sua adolescenza, gli tolse anche la possibilità di completare gli studi. Con alle spalle una licenza ginnasiale, il solo titolo ottenuto tra le difficoltà, il giovane Pincherle si formò da autodidatta. Proust e Dostoevskij furono gli unici compagni di un viaggio solitario, in cui Alberto imparò il francese e il tedesco, tanto quanto l’italiano. Ma soprattutto studiò con acuto cinismo i vizi, le ipocrisie e le pericolose tendenze della sua generazione.

Un calvario, quello della malattia, che lo accomunò involontariamente a molti altri destini letterari, accesi dall’introspezione forzata e quindi rabbiosa. L’abbrutimento fisico e la clausura concimarono lentamente durante gli anni della formazione, fino a veder luce proprio nel 1929. Una coincidenza fortunata e forse inevitabile.

Mentre gli scrittori con cui era cresciuto raccontavano la più Grande Depressione del Novecento documentando, forse inconsapevolmente, anche il clima socio-politico che dì lì a poco avrebbe portato all’ascesa di Hitler, Alberto abbandonò il sanatorio di Roma in via Cortina d’Ampezzo. Se ne andò così ad affrontare la convalescenza in Trentino Alto Adige, a Bressanone, dove iniziò a scrivere quello che sarebbe diventato il suo romanzo d’esordio, “Gli Indifferenti”.

La figura dell’umano-inetto ricontestualizzata nella realtà borghese, l’impietosa critica sociale, la descrizione accurata di rapporti privati che non potrebbero incontrare altro che una fine tragica: queste e molte altre caratteristiche de “Gli Indifferenti”, segnarono una svolta nella letteratura italiana del primo Novecento e nel racconto dell’Italia fascista.

A distanza di quasi un secolo dalla sua prima pubblicazione, l’esordio di Moravia conserva un’incredibile e a tratti inquietante modernità, tipica solo dei classici che afferrano gli aspetti più viziosi dell’essere umano.

Chiara Del Zanno

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