Vite straordinarie: Rafat e la disperata ricerca di un’identità

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Rafat e Ghigou sono due profughi togolesi sbarcati in Italia alla ricerca di un futuro migliore e che ora sono costretti a vivere ai margini della società.

Sono le 9:30 di mattina a Piazza Vittorio. La capitale appena sveglia, inizia a riversarsi nelle strade; un auto dei carabinieri costeggia il marciapiede ai confini con il mercato. Osservando le auto parcheggiate in sosta vietata, i vigili al suo interno sogghignano divertiti, tirando fuori il blocco delle contravvenzioni. A due passi dalla normalità si staglia la Porta Magica e la città si trasforma: basta affacciarsi nel parco per rendersi conto che è proprio quello l’ingresso della precarietà. Decine di cartoni sono sparpagliati sotto gli alberi più alti, le ombre più testarde, centinaia di anime vagano alla ricerca di un punto di ristoro dal caldo, che appare come una condanna ineluttabile.

Accanto all’ingresso, di fronte alla Porta Magica, incontriamo Rafat, originario del Togo, un piccolo stato dell’Africa Occidentale che, per un breve tratto, si affaccia sul Golfo di Guinea. Si trova sotto un grande albero e appena apre gli occhi scoperto dal sole del mattino, afferra un blocco di fotocopie accanto a lui. Sono gli esercizi di italiano, che sta cercando di imparare, perché a lui, questa lingua non gliel’ha insegnata nessuno. E’ sbarcato nella Penisola il 29 maggio con solo i vestiti che aveva indosso, alla ricerca di un futuro migliore.  Conosce solo il francese e tutti gli amici che aveva li ha persi lungo il cammino alla ricerca della speranza. Lo accompagna solo Ghigou (nome di fantasia), “come un fratello per lui”, da cui non si separa mai e che lo ascolta parlare con la testa bassa e gli occhi pieni di dolore. Sbarcati a Palermo hanno raggiunto insieme il campo profughi più vicino dove gli hanno preso i documenti e dato appuntamento al 1 settembre. Hanno raggiunto Roma con mezzi di fortuna e ora vivono nel parco, perche alla Caritas non li accettano senza i documenti. Non si lavano da più di dieci giorni e non sanno dove saranno domani né i giorni a seguire, perché quando non hai un tetto, non hai un posto dove tornare, quando non hai i documenti, non hai gli strumenti per rivendicare i tuoi diritti in quanto essere umano. Appena il sole si fa più alto nel cielo, si spostano di qualche centimetro alla ricerca spasmodica dell’ombra, mentre a pochi passi da loro, la gente, oltre i cancelli, si ferma a guardarli con aria indignata.

Sono le vittime di una società a cui vorrebbero appartenere ma che gli ha chiuso in faccia le “porte magiche” della salvezza. Sono le vittime di un sogno, quello di un futuro migliore, che si è inabissato ad un confine ma a cui si rifiutano di rinunciare, perché se per una casa non occorre un tetto di mattoni ma ne basta uno di ricordi, per un futuro occorre un obbiettivo per cui combattere. Sono guerrieri silenziosi, equilibristi di luci e ombre, sono i protagonisti di vite straordinarie.

Photo Credits: Velvet Mag.

Redazione

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