Trentasette anni fa, nel giugno del 1989, Keith Haring salì su un ponteggio allestito sul retro della chiesa di Sant’Antonio Abate a Pisa e, in poco più di una settimana, trasformò una parete anonima in uno dei murali più celebri del Novecento. Oggi, nel 2026, quell’opera — il murale Tuttomondo di Pisa — torna al centro dell’attenzione grazie al ritrovamento di due video girati durante la sua realizzazione dal regista Andrea Soldani, documenti visivi che raccontano dall’interno il processo creativo di uno degli ultimi grandi lavori pubblici dell’artista americano, scomparso appena otto mesi dopo aver posato il pennello.
La storia del Tuttomondo comincia, come spesso accade con le opere più significative, da un incontro improbabile. Piergiorgio Castellani, giovane studente di Pisa, incontrò Keith Haring a New York e gli propose di realizzare un murale nella sua città. Non era una richiesta banale: Haring era già all’apice della sua fama internazionale, il suo linguaggio fatto di figure stilizzate, linee energiche e colori primari aveva conquistato gallerie, metropolitane e magliette in tutto il mondo. Eppure accettò. E non solo accettò: scelse di fare di quel murale l’unica sua opera pubblica progettata fin dall’inizio per essere permanente.
Questa distinzione non è di poco conto. Haring era noto per i suoi interventi rapidi e spesso effimeri — i famosi chalk drawings nelle stazioni della metropolitana di New York, i murali su pareti destinate alla demolizione, le installazioni temporanee. Il Tuttomondo rappresenta quindi un’eccezione consapevole: un atto di fiducia verso una città, verso un luogo, verso il futuro. Scegliere Pisa, e scegliere di farlo durare, fu una dichiarazione d’intenti artistica e umana insieme.
L’opera si sviluppa sulla parete posteriore della chiesa di Sant’Antonio Abate, nel cuore di Pisa, e raffigura trenta figure concatenate e incastrate l’una nell’altra in un abbraccio continuo e ritmico. Uomini, animali, creature ibride si tengono, si sostengono, si intrecciano senza soluzione di continuità. Il titolo scelto da Haring — Tuttomondo, tutto il mondo — sintetizza perfettamente l’intenzione: un simbolo universale di pace e armonia, un’utopia colorata resa concreta su calce e pigmento.
Il vocabolario visivo di Haring era già riconoscibilissimo nel 1989: le sue figure non hanno tratti somatici definiti, non appartengono a nessuna razza o cultura specifica, eppure comunicano emozioni precise — gioia, movimento, connessione. Nel Tuttomondo questo linguaggio raggiunge una sintesi particolarmente riuscita, forse perché l’artista sapeva, o intuiva, che stava lavorando a qualcosa di definitivo. La malattia che lo avrebbe ucciso di lì a poco era già presente nella sua vita; la scelta di creare un’opera pensata per resistere nel tempo acquista, alla luce di questo, una densità emotiva ulteriore.
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Le figure sono disposte in modo da formare una composizione circolare e autosufficiente: nessun elemento sembra fuori posto, nessuna figura domina le altre. È una visione del mondo orizzontale, democratica, in cui ogni essere — umano o animale — occupa uno spazio equivalente. Per una città che ospita uno dei campanili più famosi del pianeta, avere sulla propria parete anche questo messaggio non è un dettaglio trascurabile.
A documentare l’intera settimana di lavoro nel giugno 1989 fu il regista Andrea Soldani, che girò due video capaci di restituire il processo creativo di Haring con una prossimità difficile da trovare altrove. Le riprese mostrano l’artista al lavoro sul ponteggio, il pennello in mano, il corpo in movimento, la concentrazione alternata alla leggerezza. Si vede come le figure nascevano direttamente sulla parete, senza schizzi preparatori elaborati, con quella sicurezza del segno che era la cifra stilistica di Haring fin dai tempi delle metropolitane newyorchesi.
Questi due video, tornati alla ribalta nel 2026 in occasione dei trentasette anni dell’opera, rappresentano una fonte primaria di straordinario valore per chiunque voglia capire non solo il Tuttomondo, ma il metodo di lavoro di un artista che ha fatto della velocità e dell’immediatezza una poetica. Vedere Haring dipingere è vedere il suo pensiero in azione: non c’è mediazione, non c’è distanza tra idea ed esecuzione. La parete si riempie in tempo reale, figura dopo figura, colore dopo colore.
Il fatto che queste immagini esistano — girate in loco, durante la creazione, da un regista che aveva accesso diretto all’artista e al cantiere — le rende un documento di prima mano su uno degli ultimi grandi lavori pubblici di Keith Haring. Non una ricostruzione, non un’intervista a posteriori: una presenza.
Keith Haring morì otto mesi dopo aver completato il Tuttomondo. Aveva trentuno anni. La sua carriera era stata fulminante per durata e straordinaria per impatto: dai chalk drawings clandestini nelle stazioni della metropolitana di New York alla collaborazione con marchi internazionali, dalle gallerie d’arte alle strade di mezzo mondo, Haring aveva costruito un linguaggio visivo immediatamente riconoscibile e profondamente popolare, nel senso più nobile del termine.
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Il Tuttomondo si colloca alla fine di questo percorso come una sorta di testamento visivo. Non perché Haring lo avesse dichiarato tale — non ci sono fonti che attribuiscano all’artista questa intenzione esplicita — ma perché la storia ha conferito all’opera un peso simbolico che va oltre le sue qualità formali, già considerevoli. È l’unica sua opera pubblica pensata per durare, e dura. Trentasette anni di sole, pioggia, turisti e quotidianità pisana non hanno cancellato le trenta figure colorate che si tengono per mano sulla parete di Sant’Antonio Abate.
Nel corso degli anni, il rapporto tra la città di Pisa e il Tuttomondo si è approfondito in modo organico. L’opera è diventata una meta turistica a pieno titolo, capace di attrarre visitatori che vengono appositamente per vederla, non solo come tappa accessoria del percorso verso la Torre. Ma è anche rimasta un’opera del quartiere, presente nella vita quotidiana dei residenti con quella familiarità che solo le cose davvero radicate riescono a costruire.
Il sito ufficiale del turismo pisano include il Tuttomondo tra i luoghi imprescindibili della città, a conferma di un riconoscimento istituzionale che non ha però irrigidito l’opera in una teca museale. Il murale è all’aperto, accessibile, visibile a qualunque ora del giorno. Non si paga un biglietto per vederlo. Questa democraticità era, del resto, uno dei valori fondanti dell’arte pubblica di Haring: l’arte deve stare dove stanno le persone, non dove le persone devono andare per trovarla.
Per approfondire la storia e il contesto dell’opera è possibile consultare la pagina dedicata al Tuttomondo su Wikipedia, che raccoglie le principali informazioni documentate sull’opera e sulla sua genesi.
A trentasette anni di distanza, il ritorno alla luce dei video di Andrea Soldani offre l’occasione giusta per tornare a guardare il Tuttomondo con occhi nuovi: non solo come un’opera d’arte pubblica di successo, ma come il punto d’arrivo di una carriera straordinaria, l’ultimo grande gesto di un artista che aveva scelto Pisa per lasciare qualcosa che durasse. Trenta figure abbracciate su una parete, un messaggio di pace dipinto in una settimana, e una storia che — grazie a due videocamere puntate nel momento giusto — continua a raccontarsi.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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