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Ratko Mladić avrà funerali di Stato: il conflitto serbo sulla memoria del boia di Srebrenica

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Funerali di Stato per Mladić: la Serbia sceglie l’eroe, l’Europa risponde con sdegno

Il 28 agosto 2026 Ratko Mladić è morto nel carcere dell’Aja dove stava scontando l’ergastolo, e la Serbia ha già deciso come ricordarlo: con onori militari e di Stato. La notizia dei funerali di Stato Mladić, annunciata dal ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic nella stessa giornata della morte, ha scatenato una tempesta politica e morale che investe non soltanto Belgrado, ma l’intera architettura della memoria europea sui crimini di guerra degli anni Novanta. Da un lato un governo che celebra come eroe nazionale un uomo condannato per genocidio; dall’altro l’Unione Europea che replica senza mezzi termini che «la glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa». In mezzo, il silenzio pesante delle vittime di Srebrenica e dei sopravvissuti all’assedio di Sarajevo.

Chi era Ratko Mladić e perché la sua condanna è storica

Per capire la portata di quanto sta accadendo è necessario tornare a ciò che Ratko Mladić ha effettivamente fatto — e a ciò che il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha accertato con sentenza definitiva. Mladić era il comandante dell’esercito della Repubblica Srpska, la componente serbo-bosniaca del conflitto che dilaniò la Bosnia-Erzegovina nei primi anni Novanta. Sotto il suo comando diretto si consumarono due dei crimini più gravi documentati in Europa dopo la Seconda guerra mondiale: il genocidio di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo.

A Srebrenica, nel luglio del 1995, le forze serbo-bosniache guidate da Mladić uccisero oltre ottomila uomini e ragazzi musulmani bosniaci nell’arco di pochi giorni. Il Tribunale dell’Aja ha qualificato quell’eccidio come genocidio — la parola più grave nel vocabolario del diritto internazionale — riconoscendo l’intenzione deliberata di distruggere un gruppo umano in quanto tale. L’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni, fu il più lungo assedio di una capitale nella storia della guerra moderna: la città fu bombardata sistematicamente, i civili presi di mira da cecchini, le infrastrutture distrutte. Anche per questi fatti Mladić è stato riconosciuto responsabile.

Nel 2017 il Tribunale penale internazionale lo ha condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, confermando la pena in appello. Da quella data stava scontando la pena nei Paesi Bassi, dove è morto il 28 agosto 2026. La sua morte in carcere chiude la vicenda giudiziaria, ma — come dimostra la reazione di Belgrado — non chiude affatto quella politica e storica.

L’annuncio di Vujic e la posizione del governo Vučić

Poche ore dopo la notizia della morte, il ministro della Giustizia serbo Nenad Vujic ha preso la parola per annunciare che il governo organizzerà funerali di Stato con onori militari per Ratko Mladić. La decisione non è stata presentata come controversa o problematica: al contrario, il governo guidato da Aleksandar Vučić ha ribadito la propria posizione, già nota da tempo, secondo cui Mladić va considerato un eroe nazionale serbo.

Questa posizione non è nuova, né isolata nel panorama politico serbo. Negli anni successivi alla condanna del 2017, il tema della memoria di Mladić è rimasto costantemente presente nel dibattito pubblico a Belgrado, con settori consistenti dell’opinione pubblica e della classe politica che hanno sempre rifiutato le conclusioni del Tribunale dell’Aja, considerandolo uno strumento politico ostile alla Serbia. La decisione di concedere i funerali di Stato a Mladić va letta in questo contesto: non è un atto improvvisato, ma la formalizzazione di una narrativa identitaria che il governo coltiva da anni.

Il ministro Vujic ha precisato che la scelta del luogo di sepoltura spetterà alla famiglia di Mladić. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, ha una sua rilevanza: significa che le cerimonie di Stato si svolgeranno indipendentemente dalla destinazione finale della salma, e che l’omaggio istituzionale è separato dalla questione logistica del trasferimento dei resti dall’Aja alla Serbia.

👉 Leggi anche: Ratko Mladić morto: il «macellaio della Bosnia» e il processo per il genocidio di Srebrenica

La reazione dell’Unione Europea e il nodo dell’integrazione europea

La risposta dell’Unione Europea è arrivata rapida e inequivocabile. In una dichiarazione ufficiale, l’UE ha affermato che «la glorificazione dei criminali di guerra non ha posto in Europa». La formula è diplomaticamente calibrata, ma il messaggio è durissimo: celebrare con onori di Stato un uomo condannato per genocidio è incompatibile con i valori fondativi dell’integrazione europea.

Questa dichiarazione acquista un peso specifico enorme se si considera che la Serbia è ufficialmente candidata all’adesione all’Unione Europea da oltre un decennio. Il percorso di avvicinamento di Belgrado a Bruxelles è stato lungo, accidentato, e già segnato da numerose tensioni — sul riconoscimento del Kosovo, sulle relazioni con la Russia, sulla libertà di stampa. La decisione di organizzare i funerali di Stato per Mladić aggiunge un ostacolo di natura simbolica e politica di primissimo piano: è difficile immaginare come un paese che celebra un condannato per genocidio possa procedere speditamente verso l’integrazione in un’Unione che ha fatto della memoria dell’Olocausto e dei crimini di massa il proprio fondamento morale.

Non si tratta soltanto di retorica. I criteri di Copenaghen, che definiscono le condizioni per l’adesione all’UE, includono esplicitamente il rispetto dei diritti umani e la tutela delle minoranze. La glorificazione di un criminale di guerra condannato per genocidio di una minoranza religiosa ed etnica è in aperta contraddizione con questi criteri. Le istituzioni europee dovranno ora decidere se e come tradurre questa dichiarazione in conseguenze concrete sul processo di adesione.

Il peso della memoria: come la Serbia racconta la guerra degli anni Novanta

La vicenda dei funerali di Stato per Mladić non può essere compresa senza affrontare la questione più ampia di come la Serbia abbia elaborato — o non elaborato — il proprio ruolo nei conflitti degli anni Novanta. È una questione che gli storici, i sociologi e i giuristi internazionali studiano da tre decenni, e che non ha ancora trovato una risposta soddisfacente.

In Germania, dopo la Seconda guerra mondiale, la Vergangenheitsbewältigung — letteralmente «l’elaborazione del passato» — è diventata un processo nazionale lungo e doloroso, istituzionalizzato nell’educazione, nella cultura, nella politica. I processi di Norimberga hanno posto le basi giuridiche; decenni di lavoro culturale e pedagogico hanno fatto il resto. Non è stato un percorso lineare né privo di resistenze, ma il risultato è che la Germania contemporanea ha costruito la propria identità nazionale anche attraverso il riconoscimento dei propri crimini storici.

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In Serbia questo processo non è mai davvero iniziato a livello istituzionale. Il Tribunale dell’Aja è stato percepito da ampi settori della società serba non come uno strumento di giustizia imparziale, ma come un’istituzione ostile, espressione di una narrativa anti-serba imposta dall’esterno. Le condanne di Mladić, di Radovan Karadžić e di altri leader serbo-bosniaci non hanno prodotto una revisione pubblica della memoria collettiva: al contrario, in molti casi hanno alimentato un senso di vittimismo e di risentimento che i partiti nazionalisti hanno saputo capitalizzare politicamente.

Il governo Vučić si muove esattamente in questo spazio. Celebrare Mladić come eroe nazionale significa consolidare un’identità politica basata sulla narrativa della guerra difensiva, del popolo serbo come vittima di un complotto internazionale, dell’esercito serbo-bosniaco come forza legittima che ha protetto la propria comunità. È una narrativa che trova ancora oggi un mercato politico consistente in Serbia, e che la decisione sui funerali di Stato Mladić rilancia con forza simbolica straordinaria.

👉 Leggi anche: Strage di Bologna, 46° anniversario: il governo riconosce la 'matrice fascista', la memoria delle 85 vittime

Le vittime e la giustizia: cosa significa questo per Srebrenica

C’è una dimensione di questa vicenda che rischia di essere oscurata dal dibattito geopolitico: il significato che i funerali di Stato per Mladić hanno per le vittime del genocidio di Srebrenica e per i loro familiari. Per queste persone — molte delle quali sono ancora vive, molte delle quali hanno perso padri, fratelli, figli, mariti nel luglio del 1995 — la notizia non è un fatto politico astratto. È una ferita riaperta.

Il genocidio di Srebrenica ha lasciato dietro di sé non soltanto ottomila morti, ma migliaia di famiglie che per anni hanno cercato i resti dei propri cari nelle fosse comuni, che hanno atteso decenni per una sentenza, che hanno costruito la propria vita attorno alla speranza che la giustizia internazionale avesse un senso. Vedere lo Stato serbo onorare con cerimonie militari l’uomo che ha ordinato quegli omicidi è, per molti di loro, la negazione di tutto ciò per cui hanno lottato.

Le associazioni dei familiari delle vittime di Srebrenica hanno da sempre sottolineato che la giustizia senza riconoscimento è incompleta. Non basta che un tribunale condanni: è necessario che le società coinvolte riconoscano i crimini commessi, che li inseriscano nella propria memoria collettiva come crimini e non come atti di guerra legittimi. La decisione di Belgrado va esattamente nella direzione opposta.

Il diritto internazionale e la questione della sovranità

Dal punto di vista strettamente giuridico, la Serbia ha formalmente il diritto di organizzare cerimonie funebri per i propri cittadini secondo le proprie leggi. Non esiste una norma di diritto internazionale che vieti esplicitamente a uno Stato di rendere onori a un proprio cittadino condannato da un tribunale internazionale. Questa è la posizione che il governo serbo potrebbe sostenere sul piano formale.

Tuttavia, il diritto internazionale non esiste nel vuoto. La Serbia ha sottoscritto la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, che impone agli Stati non soltanto di non commettere genocidio, ma di non incoraggiarne la glorificazione. Celebrare con onori militari il comandante condannato per genocidio si pone in una zona grigia giuridicamente rilevante, che potrebbe essere oggetto di valutazioni da parte delle istituzioni internazionali.

Inoltre, come membro aspirante dell’UE, la Serbia ha assunto impegni politici che vanno ben oltre gli obblighi minimi del diritto internazionale. Il processo di adesione richiede non soltanto riforme legislative, ma anche una trasformazione culturale e istituzionale che includa il rispetto dei valori europei. La glorificazione di un criminale di guerra — per usare le stesse parole dell’UE — è incompatibile con questi impegni.

Domande aperte: cosa succederà adesso

  • Quando si svolgeranno i funerali? La tempistica non è ancora stata comunicata ufficialmente; la famiglia di Mladić dovrà prima decidere il luogo di sepoltura, e le autorità olandesi dovranno completare le procedure per il trasferimento della salma.
  • Quali saranno le conseguenze sul percorso europeo della Serbia? La dichiarazione dell’UE è netta, ma resta da vedere se si tradurrà in misure concrete sul dossier di adesione.
  • Come reagiranno Bosnia-Erzegovina e gli altri paesi della regione? Sarajevo e le istituzioni bosniache hanno già espresso in passato la propria contrarietà alla narrativa serba sui crimini di guerra; una reazione formale è attesa.
  • Ci sarà un dibattito interno in Serbia? Sebbene le posizioni di dissenso interno non siano al momento documentate con dettaglio, è ragionevole attendersi che voci critiche si alzino anche all’interno della società civile serba.

Per approfondire la notizia e le sue implicazioni internazionali, si possono consultare la ricostruzione de Il Post e il servizio di RaiNews, che hanno seguito la vicenda sin dalle prime ore.

Una scelta che definisce un paese

La decisione di organizzare i funerali di Stato per Mladić non è soltanto una questione di cerimonie e protocolli: è un atto politico che dice qualcosa di preciso su come il governo serbo intende se stesso, la propria storia e il proprio futuro. Celebrare come eroe nazionale un uomo condannato per genocidio dal più alto tribunale internazionale competente significa scegliere una narrativa identitaria che entra in collisione frontale con i valori su cui è costruita l’integrazione europea e con le aspettative delle vittime e dei sopravvissuti. La Serbia ha tutto il diritto di fare le proprie scelte sovrane; ma le scelte hanno conseguenze, e questa ne avrà — sul piano diplomatico, sul percorso europeo, sulla memoria condivisa di una regione che cerca ancora di fare i conti con le proprie ferite. La storia, come insegna proprio il caso di Srebrenica, non si cancella con i funerali di Stato: al contrario, certi gesti la rendono ancora più presente, ancora più urgente, ancora più impossibile da ignorare.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Redazione VelvetMAG

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