C’è un festival in Italia che da oltre trent’anni fa da bussola per chi vuole capire dove va il cinema dell’Europa centrale e orientale. Il Trieste Film Festival, giunto nel 2024 alla sua 35ª edizione, ha confermato ancora una volta la propria vocazione: portare sul grande schermo storie, sguardi e linguaggi che spesso faticano a trovare spazio nella distribuzione commerciale italiana, eppure parlano di un continente che ci riguarda da vicino. Ad aprire questa edizione è stato un film rumeno già premiato a livello internazionale, scelto non per compiacere il pubblico ma per sfidarlo. Un inizio che dice molto su cosa sia, oggi, questo festival.
Per capire il peso della 35ª edizione bisogna partire dall’inizio. Il Trieste Film Festival è nato nel 1989, in un momento storico di straordinaria rilevanza per l’Europa: lo stesso anno in cui cadeva il Muro di Berlino e i paesi dell’Est cominciavano a riscrivere la propria storia. Non è una coincidenza simbolica di poco conto. La manifestazione, organizzata dall’associazione Alpe Adria Cinema, ha scelto fin da subito una missione precisa e controcorrente: dedicarsi al cinema dei paesi dell’Europa centrale e orientale, quei cinematografie che per decenni avevano operato sotto regimi autoritari e che, proprio in quegli anni, si aprivano a nuove possibilità espressive.
Trieste, città di confine per eccellenza, porta d’ingresso tra il mondo latino e quello slavo, tra il Mediterraneo e i Balcani, tra l’Italia e l’Europa mitteleuropea, era la sede naturale per un simile progetto. Non Roma, non Milano, non Venezia: Trieste. Una scelta geografica che è anche una dichiarazione di poetica. Il festival ha costruito nel tempo una reputazione solida come punto di riferimento per critici, distributori, operatori culturali e appassionati che vogliono incontrare il cinema dell’Est prima che — se mai accade — arrivi nelle sale italiane.
Trentacinque anni di programmazione rappresentano un archivio immenso di film, registi, paesi e stagioni cinematografiche. Dalla Polonia alla Romania, dall’Ungheria alla Repubblica Ceca, dalla Slovenia alla Georgia, il festival ha tracciato mappe cinematografiche che nessun altro evento italiano ha saputo disegnare con la stessa coerenza e continuità. Arrivare alla 35ª edizione nel 2024 non è solo un traguardo anagrafico: è la conferma che quella scommessa iniziale aveva senso, e che il pubblico e la critica continuano a riconoscerne il valore.
La scelta del film di apertura di un festival racconta molto delle sue ambizioni e del suo carattere. Per la 35ª edizione del Trieste Film Festival, la selezione è caduta su Do Not Expect Too Much from the End of the World del regista rumeno Radu Jude. Un titolo lungo, volutamente scomodo, che già nel suo enunciato contiene una provocazione: non aspettarti troppo dalla fine del mondo. È un film che non cerca di rassicurare, non offre catarsi facile, non si preoccupa di piacere a tutti.
Radu Jude non è un nome nuovo per chi segue il cinema europeo d’autore. Il suo lavoro è da anni al centro del dibattito critico internazionale, con opere che affrontano la storia, la memoria, la violenza e il cinismo della contemporaneità con uno stile che mescola registro documentaristico, commedia nera e sperimentazione formale. Do Not Expect Too Much from the End of the World non fa eccezione: è un film che richiede attenzione, disponibilità e una certa tolleranza per l’inquietudine.
Prima di arrivare a Trieste, il film aveva già compiuto un percorso internazionale di tutto rispetto. La sua prima mondiale era avvenuta al Locarno Film Festival 2023, dove aveva vinto il Premio Speciale della Giuria — uno dei riconoscimenti più importanti della kermesse svizzera, assegnato a opere che si distinguono per originalità e coraggio. Da Locarno, il film era stato selezionato come candidatura ufficiale della Romania agli Oscar, diventando così il biglietto da visita del cinema rumeno sulla scena mondiale più visibile e competitiva.
Aprire il Trieste Film Festival 2024 con questo film ha significato dunque portare in sala un’opera già consacrata dalla critica internazionale, ma ancora poco vista dal grande pubblico italiano. Una scelta coerente con la missione del festival: non inseguire ciò che è già noto, ma anticipare, proporre, mettere in circolazione. Il pubblico triestino ha avuto così l’opportunità di incontrare un film destinato a restare nella memoria del cinema europeo contemporaneo, in un contesto che sa valorizzarlo.
Parlare del film di apertura in profondità è parte integrante di qualsiasi racconto sul festival, perché la scelta di un’opera per inaugurare una manifestazione non è mai casuale. Do Not Expect Too Much from the End of the World di Radu Jude è un’opera che mescola piani temporali diversi, riflessioni sul lavoro, sulla precarietà, sulla Romania contemporanea e sui meccanismi del capitalismo globale. Il film si muove con libertà formale tra il presente e il passato, tra il bianco e nero e il colore, tra il realismo più crudo e momenti di pura invenzione cinematografica.
La protagonista è una giovane donna che lavora come assistente di produzione per una casa cinematografica, impegnata a girare per Bucarest in cerca di lavoratori infortunati disposti a partecipare a un video aziendale sulla sicurezza sul lavoro. Attraverso le sue giornate frenetiche e senza sosta, il film costruisce un ritratto impietoso e al tempo stesso vitalissimo della Romania di oggi, dei suoi paradossi, delle sue contraddizioni, del cinismo che permea i rapporti di lavoro e le relazioni umane. Jude intreccia a questa storia contemporanea immagini di un film rumeno degli anni Settanta, creando un dialogo tra epoche che dice molto su come certi meccanismi di potere e sfruttamento si ripetano attraverso i decenni.
Il Premio Speciale della Giuria al Locarno Film Festival 2023 ha riconosciuto in questo film una capacità rara di essere insieme politico e divertente, rigoroso e anarchico, serio e sfacciatamente ironico. Non è un film facile, ma è un film vivo. E portarlo a Trieste come film di apertura ha detto al pubblico: siamo qui per questo tipo di cinema, per le opere che non si lasciano consumare in fretta.
Al di là del singolo film, la 35ª edizione del Trieste Film Festival si inserisce in una tradizione culturale che merita di essere compresa nella sua interezza. Il festival si è sempre distinto non solo come vetrina cinematografica, ma come strumento di conoscenza e dialogo tra culture. In un paese come l’Italia, dove la distribuzione di film provenienti dall’Europa centrale e orientale è storicamente limitata, il ruolo del festival triestino è stato e continua a essere quello di un mediatore culturale.
I paesi su cui il festival concentra la propria attenzione — quelli dell’Europa centrale e orientale — hanno prodotto nel corso del Novecento alcune delle cinematografie più originali e coraggiose del mondo. Basti pensare alle scuole cinematografiche polacca, ceca, ungherese, che hanno formato autori di rilevanza mondiale. Il festival di Trieste ha avuto il merito di tenere viva questa tradizione anche nei momenti in cui il mercato cinematografico sembrava volerla dimenticare, e di accompagnare l’emergere di nuove generazioni di cineasti da paesi come la Romania, la Georgia, la Slovenia, la Bosnia.
Essere un festival specializzato in un’area geografica e culturale precisa comporta una responsabilità editoriale non banale. Significa dover scegliere, anno dopo anno, quali film rappresentano il meglio di quelle cinematografie, quali voci emergenti meritano attenzione, quali opere meno conosciute hanno qualcosa di essenziale da dire. Significa anche costruire relazioni durature con operatori, distributori e registi di quei paesi, diventando un punto di riferimento non solo per il pubblico italiano ma per l’industria cinematografica europea nel suo complesso.
Chi vuole approfondire il programma e la storia del festival può consultare direttamente il sito ufficiale del Trieste Film Festival, dove sono disponibili informazioni su edizioni passate e future, nonché la documentazione sulla missione e l’identità della manifestazione.
Non si può parlare del Trieste Film Festival senza parlare della città che lo ospita. Trieste è una città che porta nel suo DNA la complessità dell’Europa centrale: la sua architettura, la sua storia, le sue comunità linguistiche parlano di un luogo che è sempre stato crocevia tra mondi diversi. Questa identità si riflette naturalmente in un festival che fa del dialogo tra culture il suo motore principale.
La città offre al festival un contesto unico: sale cinematografiche storiche, spazi culturali, una tradizione intellettuale che risale ai tempi dell’Impero austro-ungarico. Trieste ha ospitato scrittori come James Joyce e Italo Svevo, ha visto passare storie e culture che hanno attraversato il Novecento europeo nei suoi momenti più drammatici e più creativi. In questo senso, il festival non è un evento calato dall’esterno sulla città, ma una manifestazione che nasce organicamente dal suo spirito.
Per chi vuole avere un quadro più ampio del panorama dei festival cinematografici internazionali e della collocazione del Trieste Film Festival in questo contesto, risorse come FestAgent offrono dati e informazioni utili sulla storia e sulle caratteristiche della manifestazione.
La 35ª edizione del 2024 si colloca in una traiettoria che guarda avanti. Il festival è arrivato alla sua 38ª edizione nel gennaio 2027, a conferma che la manifestazione non solo sopravvive ma cresce e consolida la propria presenza nel panorama culturale italiano ed europeo. Ogni edizione aggiunge un capitolo a una storia lunga e coerente, costruita attorno a una scelta di campo chiara: il cinema dell’Europa centrale e orientale merita attenzione, rispetto e un pubblico all’altezza.
Aprire la 35ª edizione con un film come quello di Radu Jude — già premiato a Locarno, già candidato agli Oscar per la Romania — ha rappresentato un segnale preciso: il festival non si accontenta di essere un archivio del passato, ma vuole stare nel presente del cinema europeo, accompagnare le opere più significative del momento e portarle a un pubblico che altrimenti faticherebbe a incontrarle.
In un panorama mediatico sempre più dominato dalle piattaforme di streaming e da logiche di mercato che privilegiano i grandi titoli anglosassoni, un festival come quello di Trieste svolge una funzione che va ben oltre l’intrattenimento. È un presidio culturale, un luogo in cui il cinema viene trattato come arte e come strumento di conoscenza del mondo, non solo come prodotto da consumare.
Il fatto che il festival esista da oltre trent’anni, che abbia attraversato cambiamenti profondi nel modo in cui le persone guardano i film, che abbia saputo adattarsi senza tradire la propria identità, dice qualcosa di importante sulla sua solidità e sul bisogno reale che soddisfa. C’è un pubblico — non enorme, ma fedele e curioso — che vuole incontrare il cinema dell’Est europeo, che vuole capire cosa succede in Romania, in Polonia, in Ungheria, in Georgia attraverso le immagini che i cineasti di quei paesi producono.
La 35ª edizione del Trieste Film Festival, con la sua scelta coraggiosa di aprire con Do Not Expect Too Much from the End of the World di Radu Jude, ha ribadito che questa missione è ancora viva e necessaria. Un festival che compie trentacinque anni non si accontenta di celebrare se stesso: continua a fare il proprio lavoro, con la stessa determinazione del primo giorno.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.
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