Primo pianoStorie e Personaggi

Lotta alla Mafia: in Italia pesa il ritardo tecnologico

Il procuratore Gratteri illustra i nuovi sistemi tecnologici usati dal sistema mafioso

Chi lotta contro la Mafia nel mese di maggio fa spesso il punto sullo stato delle cose. Complice l’anniversario della Strage di Capaci – avvenuta oggi 23 maggio nel 1993 – in cui morì Giovanni Falcone, Francesca Mordillo e gli agenti di scorta. Pesano e spaventano quest’anno le ultime parole del procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, riguardo all’efficacia del contrasto al fenomeno mafioso.

Espresse in occasione di un convegno presso la sala stampa della Camera dei Deputati, dove è stato presentato il rapporto Le mafie nell’era digitale, realizzato dalla Fondazione Magna Grecia. Il procuratore Gratteri ci ha avvertito dei gravi ritardi tecnologici dell’intelligence italiana nel contrastare il sistema mafioso, invece sempre più all’avanguardia.

Procuratore Nicola Gratteri / FOTO ANSA/ ELISABETTA BARACCHI

Le mafie sono sempre più presenti sui social, ma soprattutto sono in grado di pagare degli hacker e di crearsi nuovi sistemi di comunicazione simili a Whatsapp e a Telegram” ha affermato Gratteri. Che con grande rammarico ci informa come rispetto alle altre intelligence straniere, “noi ad oggi non siamo riusciti a bucare nessuno dei loro sistemi comunicativi”. Com’è cambiata dunque la Mafia nell’era digitale?

Come e quanto è cambiata la Mafia nell’era digitale?

La Mafia sta cambiando ed è già cambiata ormai nell’era digitale. Le organizzazioni paramilitari che chiedono il pizzo, comandano basandosi sul ricatto e sfruttando la paura. Attraverso le nuove generazioni la Mafia 2.0 è da tempo “emancipata”, in mezzo a noi, e borghese. Come ci ricordano le parole di Gratteri difatti “le Mafie non sono statiche, ma ci assomigliano sempre di più. Esiste ancora la Mafia organizzata in strutture militari, ma la Mafia di cui dobbiamo interessarci è quella evoluta, quella che ci assomiglia. È quella che vediamo nei salotti assieme alla classe dirigente, all’aristocrazia e alla borghesia”. I sempre più giovani arruolatisi, frequentano difatti i posti della movida notturna e amano sfoggiare la propria ricchezza proprio come le persone comuni, nei social network. “Al fine di assoldare gli stolti, gli stupidi e i garzoni” come sostenuto da Gratteri.

Manifestazione a Palermo contro la mafia/ FOTO ANSA

Nell’era del digitale e del consumismo sfrenato dunque, anche il giovanotto criminale dimostra e pubblicizza il proprio successo, a suon di likes, commenti, ristoranti di lusso e viaggi stratosferici. Divenendo un simbolo nel proprio paese o nella propria città, alla pari dell’influencer qualunque di turno. Solo che in questo caso, chi rimane ammaliato dallo sfarzo e dall’opportunità di avere soldi facili, finisce in un vortice criminale molto pericoloso. Ma ciò che preoccupa fortemente oggi Gratteri riguarda sopratutto l’evoluzione tecnologica dei nuovi mezzi di comunicazione raggiunta dal sistema mafioso, rispetto all’avanzamento tecnologico della nostra intelligence.

Il ritardo tecnologico della nostra intelligence rispetto alla Mafia

Se fino a 6-7 anni fa nell’investigazione non eravamo secondi a nessuno. Dove la polizia giudiziaria italiana era dominante nel mondo e anche in presenza dell’Fbi davamo le carte, ora la situazione è diversa” ha dichiarato Gratteri. La Mafia oggi sarebbe in grado difatti di assoldare degli hacker e pagare per usufruire di propri satelliti. Generando una rete di comunicazione protetta in cui mafiosi, spiega Gratteri, “utilizzano telefonini che pagano mediamente 3.500 euro e che usano per 6 mesi. Si tratta di un sistema simile a quello dei citofoni, con la differenza che riescono a comunicare da una parte all’altra dell’Oceano.”

In alto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino/ FOTO ANSA

L’Italia, a differenza di altre intelligence straniere ad oggi non è riuscita a bucare nessuno di questi sistemi. Un ritardo e una debolezza che ha commentato Gratteri “significa che stiamo perdendo quel know-how che avevamo”. E non solo. “Soprattutto che nel corso di questi decenni chi ha governato non ha investito in tecnologia, ritenendo che non fosse importante sul piano dell’investigazione. Dobbiamo coprire il prima possibile questo gap“. Come vi chiederete? Investendo in primis in tecnologia e assumendo quante più figure possibili, come hacker e ingegneri informatici, all’interno dei servizi segreti. Così da contrastare e battere sul campo lo sviluppo tecnologico della mafia.

L’Italia ancora avanguardia in settori tecnologici strategici

Il nostro Paese possiede una buona base da cui ripartire in importanti settori tecnologici all’avanguardia, come l’aerospaziale, un know how riconosciuto in tutto il mondo. Pensiamo solo a partecipate statali come Leonardo, che producono tecnologia avanzata al livello globale. Bisogna ripartire da queste realtà e riprendere oggi le redini di un problema che rischia altrimenti di sfuggirci di mano. Dove il pericolo dietro l’angolo è quello di dipendere dalle informazioni e lavoro di intelligence di altri Stati. Ma come giustamente ci ricorda Gratteri “la sicurezza dello Stato non possiamo lasciarla agli altri o alla fortuna.” Dobbiamo perciò ritornare protagonisti, nella guerra dello Stato contro la Mafia.

Chiara Cavaliere

Attualità, Spettacolo e Approfondimenti

Siciliana trapiantata nella Capitale, dopo la maturità classica ha coltivato la passione per le scienze umane laureandosi in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Senza mai abbandonare il sogno della recitazione per cui ha collaborato con le più importanti produzioni cinematografiche italiane tra cui Lux Vide, Lotus e Italian International Film.
Si occupa di attualità e degli approfondimenti culturali e sociali di MAG Life, con incursioni video. Parla fluentemente inglese e spagnolo; la scrittura è la sua forma di attivismo sociale. Il suo mito? Oriana Fallaci.

Pulsante per tornare all'inizio