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TikTok, dopo gli Usa anche l’Italia non si fida più del social cinese

Il Parlamento, attraverso il Copasir, avvia un'indagine. A Seattle, negli Stati Uniti, 100 scuole hanno intentato una causa contro la piattaforma

Sul social TikTok il Copasir, il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ha aperto un’indagine conoscitiva. L’obiettivo è controllare la sicurezza dei dati e delle informazioni che la piattaforma cinese utilizza in Italia.

Il pensiero va anche alle prossime elezioni regionali e comunali di quest’anno, cosicché il Copasir si è attivato. Negli Stati Uniti continua intanto la stretta su TikTok. Alcune scuole di Seattle, la metropoli nordoccidentale al confine col Canada, accusano il social network di creare nei ragazzi una dipendenza emotiva e sociale molto dannosa.

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Il social media cinese TikTok è al centro di polemiche e cause giudiziarie in America. Foto Ansa/Epa Ritchie B. Tongo

TikTok, inchiesta Copasir

Negli Stati Uniti il Congresso e la Camera dei Rappresentanti hanno bandito l’app di TikTok dai dispositivi dei membri degli enti governativi. E così ora anche in Italia scatta l’allarme sui possibili problemi legati alla sicurezza dei dati. E sull’ingerenza che potrebbe avere Pechino sui fatti interni del nostro Paese sfruttando la piattaforma social. Per indagare sui possibili problemi che potrebbe causare TikTok, il Copasir, il Comitato parlamentare sulla sicurezza della Repubblica, ha avviato un’indagine conoscitiva. L’obiettivo di scovare eventuali criticità.

Il social degli adolescenti

Ma ben presto la questione TikTok potrebbe coinvolgere anche le scuole pubbliche, sulla scorta di ciò che sta accadendo in America. Negli Stati Uniti la “lotta a tutto campo” contro TikTok tocca infatti da vicino anche gli enti educativi. È il caso di un istituto di Seattle che ha divulgato un lungo documento con dure accuse contro il social network cinese e il suo concorrente americano di proprietà di Meta, Instagram.

Le due piattaforme innescherebbero nei più giovani una vera e propria dipendenza, creando fenomeni emulativi. L’utilizzo di TikTok e Instagram, inoltre, causerebbe negli studenti anche depressione, ansia e nervosismo, influendo in modo negativo sull’apprendimento e rendendo molto più complicato il lavoro dei docenti.

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Meta, l’azienda proprietaria di Facebook e Instagram, dovrà fare i conti con le accuse che non solo a TikTok, ma anche a Instagram, vengono mosse negli Usa dalle scuole di Seattle. Foto Ansa/Epa John G. Mabanglo

TikTok “manipolatore

Ma la protesta si è presto estesa. Ed è di questi giorni la notizia che diverse scuole pubbliche di Seattle hanno intentato una causa giudiziaria contro TikTok, Instagram e Facebook (questi ultimi di proprietà di Meta). Ma anche contro YouTube (Google-Alphabet) e Snapchat, accusandoli di essere responsabili dei danni alla salute mentale di milioni di ragazzi. A causa della dipendenza che provocano – scientemente perseguita dagli sviluppatori con sistemi di micro gratificazioni come i “like” – le scuole non possono adempiere alla loro missione educativa. Secondo le accuse, dal 2009 al 2019 ci sarebbe stato un aumento del +30% degli studenti delle scuole pubbliche di Seattle che hanno rivelato di sentirsi “tristissimi o senza speranza quasi ogni giorno per due settimane“.

Le scuole all’attacco

In sostanza nella causa giudiziaria contro TikTok si chiede ai magistrati di ordinare alle aziende big tech di risarcire i danni e di pagare per la prevenzione e le cure per l’uso eccessivo e problematico dei social media. A presentare denuncia circa 100 scuole frequentate da 50mila alunni. È la prima causa di questo genere intentata da un gruppo di scuole mentre procedure simili gruppi di famiglie le hanno già presentate a diversi tribunali. Non mancano casi di suicidi fra i giovanissimi che, secondo le famiglie, sono imputabili alla dipendenza dai social media.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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