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Usa: repubblicani in crisi di nervi, faide all’ombra di Trump

Franchi tiratori fedeli all'ex presidente fanno saltare l'elezione di McCarthy a speaker della Camera. Salgono le quotazioni di Steve Scalise

Nuovo flop alla Camera Usa per Kevin McCarthy. L’esponente di spicco dei repubblicani non ha superato neppure la terza votazione per succedere a Nancy Pelosi nel ruolo di speaker.

I 212 democratici hanno votato compatti il loro leader, Hakim Jeffries, mentre il repubblicano si è fermato a 202 voti, perdendone 20 tra i suoi colleghi di partito.

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Il leader repubblicano della Camera Usa, Kevin McCarthy (al centro), durante le procedure di votazione per eleggere lo speaker. Foto Ansa/Epa Shawn Thew

Repubblicani, strada in salita

Questo pacchetto di venti voti di franchi tiratori, diremmo in Italia, è andato in blocco al ‘falco’ Jim Jordan, anch’egli un alleato di Donald Trump. Crescono intanto le quotazioni, come candidato alternativo, del deputato italo-americano Steve Scalise. La candidatura di McCarthy è infatti sempre più a rischio. Il repubblicani stanno cercando di riorganizzarsi dopo una sconfitta storica e un insediamento del nuovo Congresso mai così caotico negli ultimi cento anni. Infatti finché non si elegge lo speaker, omologo del nostro presidente della Camera, i nuovi rappresentanti dei cittadini statunitensi in Parlamento non possono giurare per il nuovo mandato. Come è noto, lo scorso 8 novembre si sono svolte le elezioni di midterm – metà mendato presidenziale – e i democratici che esprimono il capo di Stato (Joe Biden) hanno tenuto bene. Contrariamente alle previsioni hanno sconfitto diversi quotati candidati repubblicani, anche nelle sfide fra aspiranti governatori degli Stati federati.

Il fallimento di McCarthy

Poco prima del voto per eleggere il nuovo speaker della Camera, Jim Jordan aveva esortato i suoi compagni di partito a sostenere Kevin McCarthy. Tuttavia 20 “dissidenti” hanno votato comunque per lui invece che per McCarthy. Gli alleati di quest’ultimo hanno spiegato che continueranno con nuovi round di votazioni finché non emergerà una via perché sia eletto speaker. Finché ciò non avverrà, l’attività della Camera resterà congelata.

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L’ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, accolta da una standing ovation. Foto Ansa/Epa Shawn Thew

Il nuovo Congresso americano

Con le lezioni di midterm, che hanno sancito una sostanziale parità fra repubblicani e democratici, il Congresso Usa si è rinnovato da vari punti di vista. L’età media si è abbassatapiù giovane, di 46 anni alla Camera e di 50 anni al Senato – più diversificato ma anche più diviso. Il nuovo Congresso, il 118°, si è insediato con la tradizionale cerimonia di giuramento, il benvenuto alle matricole e il primo nodo da affrontare dopo l’era dell’iconica Nancy Pelosi, riaccolta, in veste di semplice deputata, con una standing ovation.

I repubblicani e Trump

La nomina del suo successore, dopo che il Grand Old Party (i repubblicani) ha riconquistato la Camera alle elezioni di midterm con una maggioranza risicata (222 a 212, un seggio è vacante), appare dunque piuttosto complessa. I democratici, inoltre, hanno mantenuto il Senato con uno scranno in più. Ma alla votazione per lo speaker, terza carica dello Stato, i repubblicani si sono presentati divisi, con un gruppo di deputati dell’ala più radicale e trumpiana deciso a sbarrare la strada al 57enne californiano Kevin McCarthy.

Cinque gli irriducibili repubblicani “No Kevin“: accusano McCarthy di non essere abbastanza conservatore e avrebbero con lui attriti personali. Quanto basta per impedire il quorum di 218 voti, dato che i 212 democratici hanno sostenuto compatti il loro candidato di bandiera Hakim Jeffries, primo leader afroamericano alla Camera. I cinque hanno votato per il rivale ultraconservatore dell’Arizona Andy Biggs, sostenuto poi da altrettanti colleghi di partito, mentre 9 hanno votato altri candidati.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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