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Guerra a TikTok negli Usa: “La Cina ci spia attraverso il social”

Una proposta di legge da parte di esponenti repubblicani e democratici mira a rendere non più operativa la app di Pechino sul suolo americano

Il Congresso degli Stati Uniti dichiara guerra a TikTok. Una legge bipartisan vorrebbe far chiudere i battenti al social cinese sul territorio americano.

Il disegno di legge arriva dopo che l’amministrazione di Joe Biden e l’ex presidente Donald Trump hanno condiviso le preoccupazioni sull’app e i suoi rischi per la sicurezza nazionale.

Secondo l'FBI TikTok mina la sicurezza nazionale degli Stati Uniti
Negli Stati Uniti è in corso un giro di vite verso il social cinese TikTok. Foto Ansa/Epa Ritchie B. Tongo

TikTok, il progetto di Rubio

A presentare il progetto anti TikTok sono stati il senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, il deputato del Wisconsin, Mike Gallagher, repubblicano, e Raja Krishnamoorthi, dell’Illinois, deputata democratica. In diversi Stati federati, cui Utah, Maryland e Texas, il legislatore ha già tentato di cercato di vietare l’uso di TikTok nelle agenzie governative. Il documento che il senatore Rubio ha predisposto prevede lo stop a tutte le transazioni negli Usa da parte delle compagnie social che si basano su paesi stranieri come Russia, Cina e altri, o ne sono comunque influenzate in maniera determinante.

Come è noto, TikTok è un social network cinese, chiamato anche Douyin. Appartiene a un paese in cui il controllo delle imprese e del mercato da parte dello Stato centrale è molto forte. Anche in passato erano emersi negli Stati Uniti sentimenti avversi a TikTok e il desiderio di porre un limite a quella che appariva come un’ingerenza di Pechino sotto mentite spoglie. Ovvero captando miliardi di dati dei cittadini americani e trasferendoli al servizio del Governo della Cina.

La preoccupazione dell’FBI

Il Segretario al Tesoro degli Usa, Janet Yellen, di recente ha affermato che TikTok presenta “legittime preoccupazioni per la sicurezza nazionale” degli Stati Uniti. All’inizio di questo mese di dicembre il direttore dell’FBI, Christopher Wray, ha spiegato che la società che controlla TikTok è a sua volta sotto il controllo del Governo cinese. Pechino potrebbe dunque – questo è il timore – “usarla per operazioni di influenza” in America.

Il senatore Marco Rubio ha presentato un disegno di legge per vietare TikTok negli Usa
Il senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio. Foto Ansa/Epa/Efe Cristobal Herrera-Ulashkevich

La replica di TikTok

In una situazione di allarme di questo genere la replica dei dirigenti di TikTok non si è fatta attendere. “È preoccupante che, invece di incoraggiare il Governo a concludere la revisione sulla sicurezza nazionale di TikTok, alcuni membri del Congresso abbiano deciso di spingere per un divieto” ha sostenuto un portavoce dell’azienda cinese, secondo quanto riporta l’Ansa. Un divieto contro TikTok che deriverebbe “da motivazioni politiche, e che non realizzerà nulla a vantaggio della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

TikTok “è amato da milioni di americani“, ha sottolineato la società che controlla l’app cinese. “Usano la piattaforma per imparare, far crescere le loro attività e connettersi con contenuti creativi che portano allegria. Continueremo a informare i membri del Congresso sui piani che abbiamo sviluppato sotto la supervisione delle più importanti agenzie di sicurezza nazionale del nostro Paese“. “Piani che siamo in procinto di implementare – prosegue l’azienda – per rendere ancora più sicura la nostra piattaforma negli Stati Uniti“. Nel frattempo però gli organi legislativi statunitensi non rimangono a guardare. Il Senato ha approvato all’unanimità una legge che proibisce ai dipendenti federali di scaricare o usare la app cinese su apparecchiature governative. Ora il provvedimento deve essere approvato dalla Camera e firmato dal presidente Joe Biden.

Domenico Coviello

Attualità, Politica ed Esteri

Professionista dal 2002 è Laureato in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” di Firenze. Come giornalista è “nato” a fine anni ’90 nella redazione web de La Nazione, Il Giorno e Il Resto del Carlino, guidata da Marco Pratellesi. A Milano ha lavorato due anni all’incubatore del Grupp Cir - De Benedetti all’epoca della new economy. Poi per dieci anni di nuovo a Firenze a City, la free press cartacea del Gruppo Rizzoli. Un passaggio alla Gazzetta dello Sport a Roma, e al desk del Corriere Fiorentino, il dorso toscano del Corriere della Sera, poi di nuovo sul sito di web news FirenzePost. Ha collaborato a Vanity Fair. Infine la scelta di rimettersi a studiare e aggiornarsi grazie al Master in Digital Journalism del Clas, il Centro Alti Studi della Pontificia Università Lateranense di Roma.

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