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Donald Trump: la politica che diventa farsa

La ricerca ossessiva degli slogan, la visione miope, il populismo in Europa

L’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, oggi compie 76 anni. A poco più di un’anno dalla fine del suo mandato alla Casa Bianca, Big Donald, nonostante sia stato esonerato e bannato dai social media principali del globo, fa ancora parlare di se. L’ex Commander in Chief ha continuato infatti in questi mesi a commentare le questioni di politica interna ed estera più scottanti.

Come ad esempio la guerra in Ucraina, dove svariate sue provocazioni inneggiavano al fatto che con lui il conflitto non sarebbe mai scoppiato e che Biden fosse un presidente debole.

Donald Trump
Da Pixabay

In questi giorni però la commissione di inchiesta sul tentativo di golpe a Capitol Hill del gennaio scorso, afferma di avere abbastanza prove per incriminarlo e sbarrargli una volta per tutte la strada ad una possibile sua ricandidatura. Ma basterà la fine di Trump per porre fine al Trumpismo?

Il successo di Trump ed i suoi slogan

Trump è stato senza alcun dubbio uno dei presidenti più divisivi della storia americana. I suoi slogan teatrali e qualunquisti, hanno reso la politica una rappresentazione tra la commedia e la farsa. Con il guaio di risultare però più divertente e comprensibile per tutti, in uno dei momenti più tragici dell’economia americana. A seguito della profonda crisi del 2008 difatti, senza la possibilità di realizzare quel sogno di mobilità verso l’alto, le diseguaglianze create dalla globalizzazione erano diventate insopportabili per una larga fetta di elettori. Sulla scia di questo risentimento le affermazioni semplicistiche di Big Donald hanno rappresentato quella speranza di rivalsa di milioni di persone, alla ricerca di un colpevole e di una soluzione comprensibile. Trump risultava il più votato da quella working class che più aveva pagato il prezzo della delocalizzazione industriale. In 35 anni aveva ridotto ben del 36% i posti di lavoro nel manifatturiero.

Trump Pixabay

Trump si era mostrato come l’uomo di successo e sicuro di se stesso. In grado di poter risolvere qualsiasi cosa e quindi di poter risollevare anche l’economia del paese. La sua dialettica era semplice: dire quello che la gente comune voleva sentirsi dire o che non aveva il coraggio di dire. Offrire degli slogan chiari come “America First” o “Build the wall” per garantire degli obbiettivi giganteschi come un nuovo boom economico e la caccia agli emigrati clandestini. Trump con la sua vittoria rivelava al mondo all’improvviso il volto più ruvido della classica immagine del popolo statunitense a cui eravamo abituati. Una grande fetta di paese intollerante verso i flussi migratori dal Sud America, alla ricerca di un maggior protezionismo economico, e sprezzante nei riguardi delle politiche sociali per i più fragili come l’Obama care.

La miopia del Trumpismo e il populismo in Europa

L’America di Trump è un America che non rispetta il proprio alleato politico, ma che bada soprattutto, non nascondendo la sua matrice da imprenditore – quella che lo ha reso tycoon – al proprio tornaconto economico. La NATO secondo Trump costava troppo agli States e andava piano piano abolita. L’OMS era un’organizzazione pagliaccio in mano ai soldi cinesi e quindi sul Covid non andava ascoltata. L’Inghilterra aveva fatto il passo più intelligente della sua vita ad andare via dall’UE, riprendendosi la sua indipendenza. Tutte visioni semplicistiche della realtà, che rispecchiano oggi la miopia del trumpismo e di un uomo che forse come scriveva Frida Kalo, “dove vedeva confini in realtà vi erano orizzonti”. Il trumpismo tuttavia ha scoperchiato un vaso di Pandora che difficilmente si chiuderà con la fine politica di Trump stesso.

Da Pixabay

Trump ha fondamentalmente risvegliato l’orgoglio suprematista americano e quella parte di paese stufa di sopportare il costo dell’intero mondo democratico. Il populismo trumpista poi è un male di cui languono anche parecchie democrazie europee. Orfane oggi di partiti solidi in grado di riformulare e intercettare i malesseri della gente comune. Il vuoto della politica, dei partiti, ha regalato spazio oggi alla politica dei deus ex machina e dell’uomo singolo al potere. Imprenditori di successo, burocrati, manager, che giungono in politica non per vocazione ma per svolgere un compito. Ma il Trumpismo forse dopotutto una cosa buona involontariamente la potrebbe aver fatta. Ha mostrato a noi Europei che dobbiamo svegliarci al più presto e iniziare a badare a noi stessi. Perché se ieri ci sorprendevamo di quanto dipendevamo dalle materie prime russe, un domani ci sorprenderemo di quanto siamo asserviti e altrettanto dipendenti tecnologicamente e politicamente dagli States. “America first” – come concetto politico reale – non l’ha inventato Donald Trump.

Chiara Cavaliere

Attualità, Spettacolo e Approfondimenti

Siciliana trapiantata nella Capitale, dopo la maturità classica ha coltivato la passione per le scienze umane laureandosi in Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Senza mai abbandonare il sogno della recitazione per cui ha collaborato con le più importanti produzioni cinematografiche italiane tra cui Lux Vide, Lotus e Italian International Film.
Si occupa di attualità e degli approfondimenti culturali e sociali di MAG Life, con incursioni video. Parla fluentemente inglese e spagnolo; la scrittura è la sua forma di attivismo sociale. Il suo mito? Oriana Fallaci.

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