E’ morta Letizia Battaglia: la fotoreporter alla ricerca della bellezza

Ha raccontato Palermo negli anni della guerra di mafia, e il ritratto più inteso dello sguardo di Paolini, è suo

E’ morta Letizia Battaglia, e con lei, già da ora, c’è un prima ed un dopo. Testimone e narratrice con la sua immancabile macchina fotografica. Per decenni ha raccontato i fatti di cronaca e la mafia. Per poi nutrire il suo sguardo di sola bellezza andando a ricercare gli occhi profondi dei bambini, fino a raccontare la nudità, quella più pura, più ruvida, delle donne. Le sue donne. 

E’ morta Letizia Battaglia. La fotoreporter se n’è andata pochi giorni prima che la sua storia irrequieta, interpretata da Isabella Ragonese e raccontata in una fiction di Roberto Andò, venisse trasmessa dalla Rai. Una vita da donna libera e non solo da fotografa, raccontata in una serie tv. Era sempre fuggita da Palermo perché la faceva sentire prigioniera di una condizione che la soffocava e non percepiva come sua. Poi a Palermo è ritornata, più volte, legata alla sua città da un amore tormentato che è cessato di esistere con la sua morte, avvenuta a 87 anni.

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Battaglia, quando tutto è cominciato a L’Ora di Palermo

La fotogiornalista italiana più famosa e premiata al mondo ha iniziato la sua carriera nel 1969 al giornale L’Ora di Palermo. Poi a Milano, insieme al fotografo Franco Zecchin, ha creato un’agenzia di Informazione fotografica che documentava i grandi fatti di cronaca del periodo. La capitale lombarda è stato il luogo della prima tappa di una carriera che ha continuato a formarsi anche a Parigi per poi tornare nella sua Sicilia. Letizia Battaglia ha collaborato con alcune testate, ma doveva documentare tutto per immagini. E il suo primo soggetto è stato proprio Pier Paolo Pasolini.

Circolo Turati 1972 Milano.
©Letizia Battaglia

Nel 2020, la prima intervista che la grande fotografa ci ha concesso, ha raccontato di quando a Milano si presentava con i suoi articoli di cronaca, ma c’era chi le chiedeva altro. “Da freelance proponevo argomenti interessanti. Ma loro mi dicevano: “Sì, va bene. Ma le foto?” – ed è da quel momento che ho cominciato con le foto. Ecco!”. Letizia andava alla ricerca dei processi che faceva il Palazzo della Giustizia, delle manifestazioni del movimento studentesco della facoltà di Lettere. Cercava i personaggi. E Pierpaolo Pasolini è stato il suo primo soggetto: “Pasolini per esempio, quello fu l’incontro memorabile della mia vita, non perché successe qualcosa, ma perché sono riuscita a vederlo, ascoltarlo e fotografarlo”.

Le sue foto, testimonianze sulla Storia

La fotografia è stata una sfida che ha affrontato con caparbietà, ma anche con immenso intuito professionale. Ed oggi ne raccontano lo spessore del suo lavoro gli archivi che occupano gran parte della sua casa, in Sicilia, e in qualsiasi Museo che ne accolga le sue mostre fotografiche. Il suo fiuto è ora presente e rimarrà tale, tra le mura del Centro Internazionale di Fotografia che con tanta dedizione ha realizzato, lottando anche contro il lockdown causato dalla pandemia da Covid-19.

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Ed anche allora, quando le restrizioni sociali hanno portato l’essere umano e vivere e ad attendere fra quattro mura, portando tutto quello che c’era fuori, dentro la propria casa, VelvetMAG ha avuto il piacere di intervistare per la prima volta Letizia Battaglia, anzi solo Letizia, come le è sempre piaciuto esser chiamata. In un periodo storico nel quale si cercava di capire quale fosse stata l’immagine che avrebbe raccontato il Covid-19, ci disse che era “infotografabile”, aggiungendo “più forte della mafia”. Come fai a raccontarne l’assenza? È un nemico molto forte. Il mafioso, in qualche modo lo lotti: con il voto democratico, con la macchina fotografica, con un libro. Lo arresti se sei un poliziotto. Lo giudichi se sei un giudice. Ma il virus? Aspettiamo la scienza”.

Mi prendo il mondo ovunque sia: la sua vita in un libro di oltre 265 pagine

E’ stata Letizia a fotografare per prima la scena del delitto di Piersanti Mattarella, ucciso dalla mafia il 6 gennaio del 1980, in via Libertà a Palermo. Per molto tempo, dietro al sangue rimasto nei vicoli della sua città, la fotografa ha sofferto molto. Ha dovuto urlare per far sentire la sua voce. Solo lei donna fra tanti uomini giornalisti, fotografi, poliziotti, con lo scopo di concederle il diritto di fotografare da vicino la cronaca. Senza nessuna censura, la fotogiornalista italiana ha raccontato la sua vita di fotografa, politica e di donna in oltre 265 pagine del libro Mi prendo il mondo ovunque sia.

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Scritto da Sabrina Pisu, la scrittrice che ha molto amato, che l’ha raggiunta a Palermo facendo una mostra su Enrico Mattei al Centro Internazionale di Fotografia che la fotoreporter dirigeva. Del loro rapporto ci ha parlto nella seconda intervista a VelvetMAG: Sabrina e Letizia si sono amate, conosciute e apprezzate.

Nel libro la vita della fotografa si mescola con quella professionale che si è scontrata tante volte in quell’appellativo che citava “Letizia Battaglia: la fotografa di mafia” e che le stava stretto. Perché dopo tanto sangue documentato dai suoi occhi testimoni, ha ingrandito quei fermo immagine gettandoli poi nel mare e posizionandoci le sue donne nude. Da quel progetto ce ne sono stati altri, laddove la nudità è stata la sola protagonista come in Palermo nuda. Ma di fondo ci sono sempre le sue bambine dallo sguardo profondo ma cristallino per ritrovare, forse, quella fanciullezza che da un certo momento in poi la fotografa non ha più avuto. Ciao Letizia, è stato un onore per tutta la redazione di VelvetMAG.

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