Esclusiva Velvet

Andrè De La Roche, storia di una leggenda della danza Jazz: “Non dimentichiamo le nostre origini”

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Andrè De La Roche, definito il più grande ballerino jazz al mondo, è un fiume in piena quando ricorda i suoi esordi e ripercorre la sua vita nelle sue tappe salienti. Di origine corso-vietnamita e cresciuto negli Stati UnitiDe La Roche si avvicina alla danza per caso diventando famoso sia all’estero che in Italia. Da noi  divenne celebre con il balletto “Dancin'” di Bob Fosse.

Lo abbiamo intervistato per VelvetMag, in esclusiva.

Lei è stato definito il “Nureyev della danza moderna”. E’ un’eredità importante. Come si è avvicinato alla danza? Per passione o per caso?

In realtà la passione nasce grazie ai miei genitori adottivi.  Anche se vedendoli lavorare, inizialmente,  avrei voluto avvicinarmi alla recitazione. Mio padre lavorò come manager per diversi spettacoli  a Las Vegas. Per questa ragione ebbi una breve esperienza nel mondo della recitazione perché nella mia mente era ciò che volevo fare. A sette anni recitai in un telefilm degli Universal Studios. Il mio impegno consisteva nel  pronunciare solo qualche battuta ed inoltre si girava continuamente e pensavo: “che bello! Questa sì che è vita! Non quella dei ballerini che sudano tanto!”. Crescendo, ad undici anni, mio padre mi disse che avevo una postura sbagliata, le spalle erano troppo basse: “al provino non sei mai dritto come si deve. Da bambino avevi un portamento bellissimo” e, per questa ragione,  mi iscrisse ad una scuola di danza. Un coreografo della scuola disse ai miei genitori che ero molto predisposto per la danza. A partire da quel momento mi iscrissero all’American School of Dance in Hollywood per un semestre e successivamente, a 14 anni, a Las Vegas mi avvicinai, insieme ad gruppo di ragazzi al tip tap ed acrobatica per diversi spettacoli. Fu proprio durante quest’esperienza che incontrai Gene Kelly. Mi chiese quanti anni avessi, se avessi studiato danza classica e se fossi in grado di fargli  due piroette: io ne feci tre. 

Parlando proprio di Scuole e Accademie, l’approccio accademico americano presenta delle differenze rispetto a quello Europeo?

Si, ci sono e sono diverse. Forse in America c’è più apertura mentale, anche nella disciplina. In Europa la qualità, è senza dubbio  alta. In America sembrano esserci una varietà di coreografie e generi più ampi. Per esempio, la California è specializzata in generi come l’hip-hop e la qualità è decisamente superiore a quella di New York.  La ragione è semplice: l’idea dei video musicali, nasce in California. 

Lei come è arrivato alla danza jazz? E’ stato un processo naturale?

Si, per me era passione. Mio padre spendeva molto per la scuola privata e mi intimava di fare sempre del mio meglio o mi avrebbero buttato fuori e costretto ad iscrivermi all’Università. Alla fine feci solo due anni di università. Secondo me le persone si scordano da dove arrivi la danza. Oggi, in questa disciplina ci sono molti nomi illustri  ma non dobbiamo dimenticare da dove siamo partiti; altrimenti ci si perde. Non possiamo dimenticare le nostre origini. Bisogna conoscere il processo per poter migliorare le proprie performance. Per fare un esempio pratico, in Italia nelle palestre spesso la struttura in legno del pavimento è senza un massetto in caucciù che ammortizzi i salti; questo crea moltissimi problemi. Questa mancanza è distruttiva per i ballerini poiché comporta loro danni alle ginocchia. 

Quale consiglio darebbe alle giovani generazioni che vogliono approcciarsi alla danza?

Di iniziare sempre con la classica poiché è la base. Dopodiché, capire che genere si vuole scegliere ma classico resta è la base. Ci sono molti giovani bravi, ma dobbiamo insistere sulla loro completa formazione senza mai  dimenticare  gli artisti del passato come Bausch. I giovani devono avere una mente aperta a 360 gradi. 

Quali sono i suoi progetti futuri?

In questo momento mi trovo con un mio socio per un’iniziativa che si intitola “Move”. Adesso noi artisti stiamo lavorando in sinergia con gli enti sportivi e culturali, come ad esempio il Coni. Un movimento simile c’è stato recentemente a Firenze. Successivamente,collaborerò ad alcuni spettacoli con il regista Alessandro Sena con cui ho già avuto altre esperienza  di lavoro. L’ultimo spettacolo che io ricordi  molto entusiasmante per me è stato due anni fa per il Balletto di Roma. Lì ho potuto eseguire “il mio Schiaccianoci” ed ero contentissimo. Inoltre, collaboro molto con la coreografa Milena Zullo, siamo molto amici e ho molta stima di lei. Sto seguendo anche dei concorsi estivi- Ho, in previsione, un progetto che coinvolge anche la cantante Shakira. Pensavo che mi sarei fermato con l’età, invece sono ancora richiesto e questo mi gratifica moltissimo. 

 

Gaia Catalani

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