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Il delitto di Garlasco: ecco tutta la verità

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Delitto di Garlasco: la cassazione il 21 giugno ha emesso la sentenza definitiva nei confronti di Alberto Stasi, giudicato colpevole di aver ucciso la fidanzata Chiara Poggi nel 2007.

Colpevole: il 21 giugno la corte di Cassazione si è pronunciata contro Alberto Stasi, durante il processo per il delitto di Garlasco, ponendo fine ad anni di indagini molto contestate. Gian Luigi Tizzoni, legale dei Poggi ha sottolineato come nelle motivazioni, siano state evidenziate anche “delle anomalie” relative alla fase iniziale delle indagini, con particolare riferimento alla decisione dell’ex maresciallo dei carabinieri di Garlasco, Francesco Marchetto, di non sequestrare, per 7 anni, la bici nera di Stasi.

Chiara Poggi morì dopo essere stata ripetutamente colpita da un oggetto contundente (forse un martello) in casa sua, la villetta di famiglia a Garlasco, dove si trovava da sola il 13 agosto del 2007. Non essendo stati trovati segni di effrazione è stato supposto che conoscesse il suo assassino e che gli avesse aperto spontaneamente, inconsapevole del destino che l’attendeva. Il fidanzato Alberto Stasi, ex studente della Bocconi e in seguito commercialista, trovò il corpo e diede l’allarme, ma i sospetti si concentrarono subito su di lui a causa dell’eccessiva pulizia delle scarpe, come se le avesse ripulite e dei vestiti (entrambi avrebbero dovuto sporcarsi mentre cercava la sua fidanzata o nell’atto di rinvenire il cadavere). Alberto Stasi – scrivono i giudici – “ha fornito un alibi che non lo elimina dalla scena del crimine nella finestra temporale compatibile” con l’omicidio. il giovane “ha reso un racconto incongruo, illogico e falso, quanto al ritrovamento del corpo senza vita della fidanzata, sostenendo di aver attraversato di corsa i diversi locali della villetta per cercare Chiara; sulle sue scarpe tuttavia non è stata rinvenuta traccia di residui ematici, né le macchie di sangue sul pavimento sono risultate modificate dal suo passaggio”. Il suo racconto risultò frammentario e incongruente e furono in molti a credere nella sua colpevolezza. Accusato di possedere materiale pedopornografico, secondo una prima ricostruzione, avrebbe ucciso la fidanzata,che aveva scoperto il suo vizio. Quel che è stato accertato e confermato dalla Cassazione, è che non ci fu premeditazione, ma ‘dolo d’impeto’, una “violenta reazione emotiva” maturata nel rapporto tra i due. L’accusa non ha sufficientemente dimostrato – secondo i giudici – la volontà di “infliggere sofferenze gratuite a Chiara“, per questo motivo ad Alberto Stasi non è stata riconosciuta tale l’aggravante, così come accadde per Parolisi nell’omicidio della moglie Melania Rea, del quale i giudici citano il precedente.

Photo Credits: Facebook.

Redazione

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